— Il povero Ercole l’aveva vista in viso in un momento in cui le si era rimossa la maschera...

— Povero Ercole, aveva giurato sulla sacra memoria del suo ammiraglio Caracciolo di uccidere quell’infame e questa notte pareva proprio destinata a tale giusta vendetta. Assicuriamoci almeno se Ercole e se gli altri abbiano bisogno di soccorso.

— Fuggiamo, fuggiamo: quantunque il rumore che abbiamo fatto non sia stato avvertito nel chiasso del veglione, temo che il colpo di pistola richiami qui della gente. Certo... son corsi ad avvertire le guardie nel teatro... È meglio battersela...

E i due presero il largo, lasciando distesi sul lastrico i loro amici e il Calabrese in un lago di sangue col capo al gradino della porta.

Lo spiazzo rimase deserto; si udiva il chiasso della folla e le note vivaci dell’orchestra, pure nessun dubbio che il colpo di pistola fosse stato inteso, con le voci e il rumore della mischia, quantunque di breve durata; ma chi avrebbe osato di avventurarsi al buio in un’epoca in cui si era avvezzi alle scene di sangue e la notte si assassinava e si derubava impunemente anche nelle principali vie della città? Già i caduti, riavutisi alquanto, gemevano pel dolore delle ferite, ma lo spiazzo continuava ad esser deserto, mentre vibravano per l’aria tenebrosa le note musicali che si elevavano sul confuso vocio della folla data al piacere.

Capitan Riccardo nel rinvenire tentò di alzarsi, ma comprese che mal si sarebbe tenuto in gambe. Perdeva sangue da più ferite, però solo quella del petto gli pareva gravissima e per la quale era necessario un pronto soccorso. Pure sol per un istante il pensiero fermossi a considerane il suo stato e l’imbroglio in cui lo aveva messo quell’avventura, che ai suoi occhi, velati dallo sfinimento, si presentava l’immagine intravista nella penombra fra la porta socchiusa innanzi alla quale era caduto.

Era lei, proprio lei, Alma?

Quella voce che l’aveva fatto trasalire era la sua? La personcina che vagamente si delineava nelle larghe pieghe del domino di seta era proprio quella di colei da tanti anni nei suoi sogni che a lui pareva di contemplar da lontano, così lontano come una di quelle nuvole bianche che nei rosati tramonti van pel cielo e si dissolvono appena scende la notte? Ma era possibile, era possibile? Lei, la gemma più pura e più fulgida di una superba casa ducale custodita con cura gelosa come se anche il raggio del sole potesse affuscarne il limpido splendore; lei in un veglione tra la folla sfrenata, in una notte di piacere, nell’arruffio di un ballo in cui la follìa di un’ora faceva lecito ogni rilasciatezza; lei che aveva sol visto intorno a sè i vassalli in ginocchio i quali non osavano neanche baciarle il lembo della veste? Lei, così lontana, nel suo castello sui monti, in mezzo a un bosco; lei il cui nome di fanciulla egli mormorava sottovoce, tanto a lui pareva irreverente il non farlo precedere dal pomposo titolo che gli avi di quella nivea creatura avevano portato dalla Spagna?

No, no, non era possibile: era stata una allucinazione la sua, dovuta forse al supremo pericolo a cui si era esposto: il suo cuore l’aveva invocata come aveva fatto tante volte nella mischia, e ai suoi occhi era parso di vederla come tante altre volte l’avevano vista nell’affrontare la morte. Questa volta però la visione era stata più sensibile, più evidente da confondersi con la realtà. Ma la realtà vera era lui ferito, lui che aveva bisogno di un pronto soccorso, lui senza amici, senza conoscenti in quell’immensa città, che non sapeva neanche come dar notizia di sè ai compagni che l’avevan seguito dal fondo della Calabria e che stanchi di aspettarlo nel teatro e nel luogo che aveva loro indicato sarebbero andati via!

Ed il messo al quale doveva affidarsi, il messo dal quale sperava un po’ di fortuna? Certo aveva trovato i due compagni; ma come, come fargli sapere che lui era là ferito, a pochi passi dal teatro, che lui aveva bisogno di soccorso?