— Chi pensa a venir qui? — mormorò guardandosi intorno. — Senti che chiasso, senti che musica! Ma perchè mi lasciai indurre da quelle due donne? Ben mi sta adesso, ben mi sta! Pare che i miei avversari non stiano meglio di me: gemono come tortore ferite. Via, non facciamo imprudenze, che questa volta ne ha fatto già tante. Se mi veggono vivo, chi sa non mi vengano addosso tutte e tre per finirmi! Ho perduto anche il pugnale... dove diavolo è caduto? L’avventura è curiosa, come piacciono a me, pur rimettendoci l’unica mia speranza! Ma chi era quella donna contro la quale scagliavano tante ingiurie! In cinque contro una donna, vigliacchi! Ma l’altra, l’altra?...

Stette un istante pensoso:

— Si vede che invecchio: ne ho sparso tanto del sangue altravolta, eppure non ho avuto mai le traveggole! Come credere che lei, a quest’ora dormente nel suo palazzo custodito da cinquanta armigeri, si fosse esposta mascherata in un ballo pubblico?... Che vuol dir questo?... — gridò sorpreso.

Aveva visto aprirsi la porticina ed uscirne due uomini vestiti di nero, uno dei quali dopo essersi guardato intorno si avvicinò a lui, chinossi e sommessamente gli chiese:

— Siete voi il capitano Riccardo?

— Sì sono io — rispose il giovane. — Se siete venuti per soccorrermi, davvero fate cosa opportuna perchè mi sento venir meno... Credo non mi sia rimasta neanche una goccia di sangue nelle vene.

La voce gli si affiochiva sempreppiù, tentò di alzarsi, ma ricadde pesantemente.

— Meglio così — disse uno dei due uomini. — È svenuto, ma a giudicare del sangue sparso deve aver l’anima bene avviticchiata al corpo.

— Silenzio — fece l’altro.

Si chinarono entrambi, presero fra le braccia il giovane e sollevandolo entrarono nella porticina che rinchiusero.