Gli altri feriti gemevano sommessi. Il veglione continuava a rumoreggiare sordamente e le note allegre e vivaci dell’orchestra vibravano per l’aria tenebrosa.

II.

In quell’istessa notte, in una sala ampia e bassa, rischiarata dalle torce infisse nei candelieri di argento i quali si ergevano innanzi ad alcune specchiere fra i broccati che tappezzavano le pareti, erano entrati silenziosi e guardinghi degli uomini intabarrati, introdotti da un vecchietto vestito di una zimarra che gli dava l’aria di un ecclesiastico. Pareva che i convenuti fossero sorpresi e insieme intimiditi dalla severità e dalla ricchezza della sala, perchè, seduti sulle ampie poltrone disposte in triplice fila nel centro di essa, guardavano intorno, guardavano in alto come per darsi conto del luogo ove fossero, e si sbirciavano per riconoscersi, ben comprendendo di essere ivi convenuti per un proposito comune.

Chiaro però appariva che si sentivano a disagio fra quei broccati, quei ceri, quegli argenti sicchè si tenevano silenziosi tossendo di tanto in tanto per darsi un contegno, e voltandosi curiosi allo scalpiccio di un nuovo introdotto, cui l’uomo dalla zimarra additava senza far motto una delle poltrone e poscia tornava sull’uscio della sala ad attendere gli altri. Ma faceva caldo colà dentro onde i tabarri si aprivano scovrendo giacche di grosso panno coi grandi bottoni di argento e le verdi risvolte, i larghi colletti bianchi ripiegati sulle giacche, i panciotti rossi o verdi con le tasche alla cacciatora, e le else dei pugnali e delle pistole che uscivan fuori dalla larga cinta di cuoio.

Ma già alcuni dei convenuti avevan finito col riconoscerci.

— To, sei tu, Parafante?

— Sei tu, Benincasa?

— E come diavolo ti trovi qui, Francatrippa?

— Ci sei tu pure, Panedigrano?

— Ma insomma, sai tu perchè siamo qui? Di che si tratta?