Milano, Febbraio 1911.
Riccardo Quintieri.
I.
Ecco quanto era accaduto.
Condotto a termine il trattato di Presburgo, Napoleone aveva fatto radunare un esercito a Bologna per scacciare i Borboni dal Reame di Napoli, e aveva lanciato un proclama ai Napoletani firmato dal generale Saint-Cyr, nel quale diceva: «La vostra Corte dopo aver conchiuso un trattato di neutralità ha aperti i suoi Stati ai Russi ed agli Inglesi: l’Imperatore Napoleone, la giustizia del quale è pari alla possanza, vuol dare un grande esempio, voluto dall’onore della Corona, dall’interesse dei suoi popoli dalla necessità di ristabilire in Europa il rispetto che si deve alla fede pubblica. L’esercito che io comando viene per punire questa perfidia, ma voi non avete di che temere: i soldati francesi saranno vostri fratelli».
Il proclama portava la data del 25 di ottobre 1806 ed era giunto a Napoli il 2 gennaio 1806 insieme colla notizia che l’esercito invasore comandato dal Saint-Cyr e diviso in cinque corpi, cui si era aggiunto quello di Massena, in tutto quarantacinquemila uomini, si era mosso da Bologna, e che con lui veniva il fratello dell’Imperatore Giuseppe Buonaparte, principe dell’impero e luogotenente generale. Era stato un colpo di fulmine per la Corte di Napoli, un fulmine di quella tempesta scoppiata addosso ai Russi ed agli Austriaci, che aveva avuto per epici episodi la battaglia di Austerliz e la presa di Vienna e che si era in parte sedata colla pace di Presburgo. Napoli ne rimase atterrita: troppo recenti e sanguinanti ancora erano le piaghe della lunga guerra civile degli ultimi anni del trascorso secolo cui avean tenuto dietro le ferocie delle rappresaglie borboniche: non bene ristabilita, specialmente nelle più lontane provincie, l’autorità regia: le campagne corse dagli avanzi di quelle bande sanfediste che se avevano riconquistato il trono al re legittimo, avevano anche apportato rovina ovunque eran passate come lave devastatrici: le città divise in fazioni l’una trionfante e prepotente, quella dei legittimisti, l’altra dei repubblicani costretta a rodere il freno, ma anelante alla vendetta e in trepida attesa di nuovi rivolgimenti. Ed ecco che una nuova tempesta minacciava di scoppiare quando ancora sordamente rumoreggiava l’altra non del tutto sedata!
Al primo annunzio di quella marcia, Inglesi, Russi ed Austriaci, per favorire i quali i Borboni avevano rotto la neutralità promessa all’imperatore Napoleone e che avevano occupato Teano, Venafro, Mignano, ebbero ordine dai loro governi di ritirarsi! Il Lascy, generale russo, fece sapere al generale napoletano che era impossibile di difendere tutta la frontiera del Reame; e poichè gli eserciti del suo Signore erano sbarcati nelle Due Sicilie come ausiliarî dell’Austria, or che questa aveva cessato dalle ostilità, dovevano rimbarcarsi, perciò la Russia tornava ad essere neutrale! Tale era la ricompensa della mala fede, lo scherno aggiunto alla ruina! Re Ferdinando si vide perduto: spedì non pertanto il cardinale Ruffo al Massena per tentare un armistizio ed aver tempo d’indurre a più miti consigli lo Imperatore, ma quando seppe che il Ruffo era stato imprigionato a Ginevra, quando vide incerti i ministri convocati a consiglio, concordi i generali nel ritenere inutile ogni difesa contro l’invasore, elesse a Vicario generale il figlio Francesco e fuggì in Sicilia.
Ma il Vicario non potè o non seppe fare altro che ripetere i tentativi già falliti, onde disperò anche lui, e col fratello Leopoldo prese la via delle Calabrie per poi ricoverarsi in Sicilia. Così il nembo che si appressava, rumoreggiante ancor lontano, cacciava innanzi a sè coloro cui incombeva di opporglisi: il Reame che a gran pena si era ricomposto pochi anni innanzi, si sfasciava di nuovo per inettitudine dei suoi reggitori.
Pure, mentre gli uomini disperavano, mentre il re fuggiva, mentre i generali spezzavano la loro spada, una donna restava fiera, tenace, impavida, deliberata ad inabissarsi col regno se tale era il decreto dal fato... S. M. la Regina.
Era rimasta sola nella Reggia, ma bastava il saperla là vigile, istancabile, risoluta a lottare, bastava perchè il popolo s’illudesse che il pericolo potesse ancora scongiurarsi. Anche i più timidi, che poco innanzi avevano consigliato il Re a fuggire, incominciavano quasi a rincorarsi, a propendere per le risoluzioni ardite, a credere che si potesse resistere, sia pure per salvar l’onore, ai Francesi che sempre più si avanzavano. Per le scale della Reggia era un salire, un discendere di gentiluomini e di popolani, tra i quali alcuni ceffi che pochi anni innanzi si erano segnalati a capo dei lazzaroni; era uno scalpitar di cavalli nell’ampia corte, montati da corrieri che partivano curvi sugli arcioni o ne scendevano gettando le redini agli accorsi palafrenieri.