Il popolo commentava la notizia per le vie formando dei capannelli che presto si scioglievano, essendo pur sempre un pericolo l’occuparsi degli affari dello Stato, e ben si ricordavano i giorni di terrore che eran seguiti al ritorno della Corte e gli altri nei quali la città era rimasta in balia delle orde capitanate dal Cardinale. Però se coloro che aspettavano con impazienza l’esercito straniero per poter insorgere, pur non osando far voti palesi, eran tenuti incerti dal saper la Regina tuttora nella reggia; i più timidi, quelli che nei trascorsi rivolgimenti non avevano parteggiato nè per la repubblica nè per la monarchia, ma che avevano subito i danni della sanguinosa lotta tra le due nazioni, eran disposti a credere esagerate le notizie che correvano, e fidavano nella indomita energia dell’Austriaca che era rimasta per tener fronte all’uragano. Essa l’unica forza, essa l’unica volontà, essa infine l’unico uomo, come ebbe a dire Napoleone che col suo esempio rendeva arditi i più timidi e con le parole sue e col lenocinio della bellezza sapeva infondere fede nel trionfo anche ai più esitanti. E l’effetto era questo, che la città si serbava tranquilla in apparenza; e poichè già si era in Carnevale, gli spettacoli non erano stati sospesi, anzi correva voce che la Regina sarebbe intervenuta al veglione del S. Carlo e con essa sarebbero intervenute tutte le più belle dame della Corte, quelle che eran famose non solo per la bellezza, ma anche per gli amori e le avventure che loro si attribuivano. Coloro però che temevano per sè i danni di una invasione avevano ben altro pel capo che di divertirsi; ma le famiglie della grassa borghesia si sarebbero guardate bene dal mancare quella sera per non far credere che fossero ostili o avesser paura. Quarantacinque mila francesi già quasi ai confini del regno non le rassicuravano, tanto era il terrore che incuteva quella donna, l’unica che avesse accettato con saldo animo la sfida dell’onnipotente Napoleone.

Chi dunque verso le prime ore della notte di quel giorno di gennaio avesse visto la folla gaia e spensierata in apparenza che faceva ressa innanzi alla porta del S. Carlo; chi alla luce delle torce che i valletti sorreggevano mentre dai cocchi scendevano le dame avvolte negli scialli fra le cui pieghe scintillavano le gemme che ne ornavano il seno, i capelli, avesse visto le brigatelle di maschere rumoreggianti su per le scale, e la folla variopinta salire interminabilmente come se tutta la città fosse accorsa anelante, non avrebbe punto creduto che il nemico si avanzasse apportatore di rovina. Si sapeva che l’Austria aveva quasi imposto che quella sera la città si divertisse, e la città pareva ben lieta di ubbidire, a giudicare dal brio e dalla folla.

La vasta sala che non aveva ancora in Europa altra a sè simile, fiammeggiava rumoreggiante di una folla di maschere che però ancora si contenevano compostamente. I palchetti eran tutti gremiti: nella luce degli specchi si centuplicavano gli smaglianti colori delle vesti, e nello scintillìo delle gemme si delineavano le leggiadre figure delle dame, alcune delle quali, anche esse in maschera di seta o di velluto.

Solo il palchetto reale era ancora vuoto, e tutti gli occhi vi si fissavano impazienti, mentre l’ampia sala continuava a riempirsi di maschere dai costumi bizzarri, taluni grotteschi, altri di una ricchezza che faceva correre un mormorio di meraviglia. Nel rumore confuso delle porte che sbatacchiavano, del fruscìo delle sete o del velluto, del vocìo di quella gente quasi tutta mascherata sentivansi gli accordi dei violini dell’orchestra in fondo al palcoscenico. All’aprirsi di ogni palchetto, e al comparire in essi delle signore col seno e con le spalle denudate, e delle maschere elegantissime che si sporgevano per guardar nella sala, si mormoravano i nomi più cospicui dell’Olimpo napolitano e della colonia forastiera.

Ma il vocio tacque quando si videro due valletti della Corte avanzarsi nel palco reale e sciorinare un tappeto di broccato sul davanzale. Ciò voleva dire che Sua Maestà la Regina si sarebbe degnata di intervenire al veglione in segno di benevolenza pei suoi fedelissimi sudditi: ciò voleva dire anche che il pericolo era ancora lontano se non del tutto scongiurato, e che S. M. dava per la prima l’esempio d’animo sereno e fidente. Ci era dunque dell’esagerazione in quel che si diceva? Del resto poichè la Regina mostrava di non essere punto preoccupata, non sarebbe stato meglio godersela quella notte di piacere? Parve che di questo avviso fosse tutta quella folla rincorata dall’apparizione dei due valletti che si ritrassero dopo aver spiegato il gran tappeto di broccato che portava nel mezzo trapunto in oro lo stemma dei Borboni.

In fondo alla sala col gomito appoggiato alle pareti, la testa in alto si teneva immobile un brigante calabrese che aveva di una maschera nera coperto il viso, ma i cui occhi scintillavano attraverso i fori. Il costume di velluto nero coi bottoni di argento giustificava il lungo pugnale la cui elsa arabescata scintillava anche essa sopra la larga fascia rossa che cingeva i fianchi dell’uomo mascherato, il cui cappello a cono infettucciato posava un po’ a sghembo sulla lunga nera capellatura, che, come era nell’uso del tempo, cadeva a riccioli sul largo collare della bianca camicia ripiegata sulle spalle. Molte maschere, la cui muliebre leggiadria era tradita dalle linee del corpo nelle vesti bizzarre, e lo spirito ardente dal lampo dello sguardo attraverso le mascherine, gli si erano fatte intorno guardandolo con ammirativa curiosità che sarebbe stata più indiscreta e più rumorosa se l’attesa dalla Regina non l’avesse tenuta a freno. Ma il giovane, che tale era di sicuro a giudicare dalla gagliardia delle membra e dalla sveltezza della figura, non pareva accorgersi della ammirazione che destava, pur non potendo suporre che si parlasse d’altri che di lui.

— Un capobanda del cardinale Ruffo — disse una delle maschere che si era fermata a contemplarlo.

— Il povero Ruffo è prigioniero a Ginevra — rispose una voce — almeno così si dice.

— Non si parli di politica: l’ordine è di divertirsi. Abbiamo avuto le forche, chi sa se avremo la farina, è certo che stasera abbiamo una festa...

— Ma è proprio in maschera cotesto brigante? O che non abbia della maschera solo quella del viso?