Ho trattato da prima la grande questione delle origini della zecca veneta e dei rapporti di Venezia cogli imperi d'Oriente e d'Occidente; indi ho diviso la materia in tanti capitoli quanti sono i dogi, da Vitale Michiel II sino a Cristoforo Moro, dove si arresta il còmpito prefisso alla prima parte dell'opera. Ogni capitolo comincia con brevi cenni sui fatti storici, e tratta poi con maggior dettaglio, quanto può interessare la parte numismatica ed economica, notando le monete coniate e citando i documenti che ordinano o che regolano la fabbricazione delle monete. Ciascun capitolo è seguito da un elenco dettagliato delle monete coniate da quel doge, poste in ordine secondo il metallo ed il valore. Ogni moneta, oltre la denominazione ed il valore_, reca l'indicazione del_ metallo_, del_ titolo e del peso_: la_ descrizione poi è completata dalle tavole_, che_ riproducono i bellissimi disegni di Carlo Kunz (1).

Speciale attenzione ho posto all'esattezza delle denominazioni e del titolo, che, se non ho potuto conoscere dai documenti contemporanei, ho rilevato con assaggi chimici. Solo quando trattavasi di monete assai rare, che non si potevano sacrificare, dovetti contentarmi dell'assaggio col tocco sulla pietra; ma in tal caso ho accompagnato la notizia colla parola circa_, essendo l'esattezza di tale prova_ soltanto approssimativa.

Nello stabilire quali monete si debbano chiamare di argento e quali di mistura_, non ho potuto seguire il sistema indicato da_ Domenico Promis, che classifica nell'argento solamente quelle che hanno più della metà di fino, né quello, ottimo per le romane, che annovera tra le monete d'argento tutte quelle che contengono anche una minima quantità di tale prezioso metallo. Questo modo regge soltanto dove le monete di mistura sono una degenerazione progressiva delle antiche migliori, ma non può essere scelto a Venezia, dove il denaro nei primi tempi era il tipo della moneta ed aveva l'intrinseco corrispondente al valore, contenendo appena un quarto del suo peso o poco più di argento. Ho preferito quindi collocare i denari nell'argento finché essi conservarono lo stesso titolo, ma quando il tipo o campione del valore fu trovato in altra moneta più perfetta, ed i denari discesero sotto al quarto del loro peso di fino, diventando così una specie inferiore, nella quale si teneva poco conto dell'intrinseco, perché serviva solo a compensare le frazioni dei pagamenti, allora ho creduto poter classificare i denari nelle monete di mistura tenendo il limite di 250 millesimi di fino, sotto il quale si devono considerare monete basse o divisionarie.

Per il peso, quando non ho potuto rilevarlo dai documenti, mi sono tenuto agli esemplari meglio conservati e più pesanti, avendo osservato che quasi mai le monete raggiungono il peso legale e ritenendo inferiore al vero il peso calcolato sulle medie anche di esemplari bene conservati.

Ho scelto l'antico peso veneziano, perché è quello usato nei documenti, mettendo fra parentesi la riduzione in grammi (2); invece nel titolo mi sono servito della divisione in millesimi, mettendo fra parentesi il modo veneziano di segnarlo, che è quello di indicare i carati di lega accompagnati dalla parola peggio_. Ciò_ vuol dire, che la composizione del metallo, da cui fu tratta la moneta, è formata di metallo fino, tranne i carati preceduti dalla parola peggio, i quali sono di lega, o, come dice elegantemente il poeta (3), di mondiglia_._

Ho citato le collezioni dove si trovano gli esemplari sicuri delle monete più rare, la maggior parte dei quali furono da me veduti, o furono esaminati da chi era competente ed esperto in tale materia. Ho trascurato tali note per le monete meno rare e per quelle che si trovano in quasi tutte le raccolte, non volendo moltiplicare inutilmente le citazioni. Invece, dopo ogni doge, ho posto i nomi degli autori e le opere che parlano o dànno disegni di monete, esaminando con diligenza, oltre le mie, le note del Lazari e del Kunz. Non oso sperare che l'elenco sia completo, potendo essere sfuggito alcun che nella farragine di autori forestieri e nostri che si sono occupati di Venezia e di tutto quello che la riguarda. In ogni caso spero col tempo di poter riparare gli errori e le ommissioni nella bibliografia, che sarà una futura appendice da porsi in fine dell'opera completa.

Nella terza appendice di questo volume ho notato la rarità delle monete veneziane ed i prezzi attuali per norma dei collettori e specialmente dei nuovi e dei giovani. Naturalmente questi dati sono soltanto approssimativi, perché variano in questa materia gli apprezzamenti, e di più possono variare per circostanze fortuite, come sarebbe qualche ritrovamento che facesse diventare comune ciò che prima era raro. I prezzi indicati sono relativi ad una conservazione perfetta, perché, quando manca tale qualità essenziale, conviene fare una proporzionata riduzione.

Avrei voluto dire qualche cosa anche sulle falsificazioni, che infestano alcune raccolte di monete venete, specialmente nei pezzi dei primi tempi e di minor mole, ma l'argomento è difficile a trattarsi e non può essere conosciuto completamente se non con una lunga pratica e col confronto di vari esemplari tanto falsi che genuini.

Non posso chiudere queste brevi parole senza ricordare almeno i principali fra quei benevoli amici, che mi hanno confortato, consigliato ed ajutato nei miei studi lunghi e minuziosi. Alcuni di essi sono già scesi nella tomba, e cioè Vincenzo Lazari, Rinaldo Fulin, Carlo Kunz e Bartolomeo Cecchetti, ai quali debbo tutto il poco che so. Agli altri, ai quali auguro lunga vita per conforto loro e degli studî storici, come il comm. Nicolò Barozzi, il cavalier Antonio Bertoldi, il cavalier abate Giuseppe Nicoletti, il professor Alberto Puschi, il signor Luigi Rizzoli e principalmente il cavalier Riccardo Predelli ed il comm. Alessandro Pascolato, che mi furono cortesi di benevolo ajuto, sono lieto di poter esprimere pubblicamente la mia perenne riconoscenza.

N. P.