Osserva Padovan (81), che la frase del trattato non dà realmente facoltà ai Veneziani di coniar moneta, ma accorda loro soltanto di adoprare la moneta di cui sono usi valersi da tempo antico: . . . simulque eis nummorum monetam concedimus, secundum quod eorum provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt; ma io non saprei vedere una moneta ideale che potesse crearsi senza che nei tempi precedenti o contemporaneamente essa fosse stata realmente in circolazione. Per solito la moneta ideale è la tradizione di una moneta che ha veramente esistito ed avuto corso nel paese, ma che poi è scomparsa per le vicissitudini politiche, od ha cambiato valore per le circostanze economiche.

Anche Dandolo interpreta il passo del trattato di Rodolfo, che egli perfettamente conosceva, in questo modo e nella sua cronaca dice (82): Hic Rodulfus sui regni anno IV. . . declaravit ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. Per me la cosa non è dubbia; i Veneziani, visto il momento favorevole, vantarono antichi diritti di batter moneta, e forse in prova mostrarono i denari col "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", stampati cinquant'anni prima. La dimostrazione fatta da noi ora, che essi non avevano questo diritto e che lo stampo di tali denari era arbitrario, non vale in casi di questo genere, perché quando il sovrano è deciso o costretto a concedere, ogni ragione è buona e viene riconosciuto per antico quel diritto che si è disposti a concedere nel momento.

Anche la tradizione attribuisce a quest'epoca la concessione del diritto di zecca a Venezia. Sanuto (83) e Sansovino (84) raccontano, che sotto il ritratto di Pietro Partecipazio si trova l'iscrizione:

Multa Berengarius mihi privilegia fecit,

Is quoque monetam cudere posse dedit.

Non è necessario discutere se Pietro Partecipazio era contemporaneo di Berengario, e cercare la perfetta concordanza storica, perché non si tratta di un documento, ma solo di una memoria conservata per tradizione, e riportata da un dipinto ad un altro dopo un incendio.

Ma abbiamo di più: le monete stesse, cioè coniate a Venezia, coi nomi di Enrico, di Corrado, e colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R", le quali sono evidentemente quelle chiamate nei documenti nostrae monetae denariorum parvorum (85), monetae Venetiarum (86), libras nostrorum denariorum. Per monete nostre non bisogna credere s'intendessero quelle improntate coi nomi e con le effigie dei dogi, ma bensì quelle coniate nella nostra città e col nome di Venezia e dell'imperatore, come ne troviamo anche nei tempi posteriori coi nomi degli imperatori battute in città che si reggevano a comune, con una completa indipendenza, solo riconoscendo l'alta sovranità imperiale. In quell'epoca il diritto di moneta si considerava più che altro dal punto di vista economico e per l'utile che ne poteva ridondare all'erario; l'imperatore concedeva questo diritto regale a chi glielo compensava con una conveniente somma di denaro. Né mi conturba l'idea che queste monete siano posteriori di cinquanta o sessant'anni al diploma di Rodolfo, perché i Veneziani possono aver tardato a far uso del loro privilegio, e può essere anche avvenuto che qualche nummo coniato in questo periodo non sia giunto sino a noi. Un indizio di ciò sarebbe, che il tipo delle monete sovracitate non è quello usato da quegli stessi imperatori nelle altre loro zecche, ma bensì uno più antico. Il rovescio di queste monete ha il tempietto carolingio, nel quale le colonne sono sostituite dalle lettere "V E N E C I", ed invece della iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O" vi è un ornato composto di lettere che non hanno alcun significato.

Ora il primo che abbia abbandonato quell'iscrizione nelle sue monete fu l'imperatore Ottone, e si può ragionevolmente supporre che i Veneziani abbiano approfittato della concessione di Rodolfo almeno al tempo di Ottone, copiando il tipo dei denari imperiali dell'epoca, colla sola aggiunta del nome di Venezia. In tal modo sarebbe rimasto per tradizione lo stesso tipo sulle monete coniate dai Veneziani coi nomi dei successori di Ottone, mentre non sarebbe naturale che ai tempi di Corrado e di Enrico si scegliesse un tipo già antiquato. Osservo ancora che in quell'epoca ogni zecca continuò collo stesso suo tipo le monete degli imperatori che si succedevano, per cui di ogni sovrano abbiamo tipi diversi secondo le zecche, onde la probabilità che anche Venezia abbia continuato la propria tradizione nel tipo delle sue monete.

Le monete coniate in questo periodo, e cioè dalla fine del secolo X fino a quando Venezia impresse il nome dei dogi sopra i suoi denari, furono interpretate diversamente da' numismatici; per maggior facilità di descrizione, li divideremo in due gruppi: il primo composto dei nummi stampati nell'ultimo quarto del secolo X e nei primi anni dell'XI, il secondo di quelli che, portando il nome dell'imperatore Enrico, hanno la effigie di San Marco e si devono giudicare posteriori al 1094, ma comprendono un tempo più lungo di quello del regno del terzo Enrico.

Il primo gruppo si compone di tre monete che hanno lo stesso rovescio e sono talmente somiglianti per il tipo, per il peso e per la forma delle lettere, che bisogna conchiudere essere state coniate in un'epoca assai vicina. Quella che porta il nome di Corrado fu per la prima volta descritta dal Bianchi di Rimini nelle Novelle letterarie del Lami (87) nel 1757, e fu da tutti i numismatici attribuita all'imperatore Corrado il Salico, che regnò dal 1027 al 1039, perché il primo Corrado fu solo re di Germania e non si occupò mai delle cose d'Italia. Quella di Enrico fu attribuita ad Enrico il Santo primo imperatore di tal nome (88) dal San Quintino (89), dallo Zon (90), dal Padovan (91), ed anche dal Lazari nelle sue schede. Promis invece vuole che tali denari appartengano ai tre imperatori dello stesso nome, che succedettero a Corrado, (92), senza distinguere quali spettano al II e quali al III ed al IV; ma io non posso convenire con lui, perché tutti i denari col nome di Enrico hanno fra loro differenze minime, e somigliano in tal modo al denaro di Corrado, che non possono appartenere se non ad Enrico I suo predecessore, o ad Enrico II suo immediato successore. Io crederei che essi possano più ragionevolmente essere attribuiti ad Enrico II, mentre i denari coniati da Enrico III, oltre all'effigie di San Marco, hanno qualche modificazione nella forma delle lettere e peso più scarso.