Tomaso Mocenigo, trovavasi a Lodi, oratore di Venezia presso il re Sigismondo, quando fu chiamato all'onore di reggere il ducato. Fu principe saggio, che promosse e curò la prosperità del paese: rifuggiva dalla guerra, ma dovette spedire contro i Turchi, che molestavano il commercio veneziano, l'armata comandata da Pietro Loredan, che riportò una splendida vittoria nelle acque di Gallipoli e ridusse il nemico ad una pace vantaggiosa. Anche cogli Ungheri non fu possibile venire ad un accordo, e dopo di avere tentato inutilmente di riunire in una lega le potenze italiane, i Veneziani dovettero combattere da soli contro Sigismondo alleato al patriarca di Aquileja. Essi sostennero Tristano Savorgnan nemico del patriarca e finirono col restare padroni del Friuli ed anche della Dalmazia, approfittando del momento in cui il nemico era impacciato dalle guerre in Boemia e contro i Turchi, per togliere per sempre quei paesi alle pretese dei re d'Ungheria.

Durante il suo principato Tomaso Mocenigo si occupò indefessamente a riordinare le finanze e l'amministrazione dello stato. La moneta fu pure oggetto della sua sollecitudine, anzi questo periodo si distingue per ripetuti studi e per modificazioni continue alle leggi che riguardavano la affinazione dei metalli e la coniazione delle monete. Il primo atto è del 10 febbraio 1413 (1414), solo di un mese posteriore all'elezione del doge: in esso il Senato delibera (1) di nominare tre savi col mandato di esaminare tutte le cose relative alla zecca, di prendere le necessarie informazioni dai massari e dagli estimatori dell'oro e dell'argento, e di proporre quindi quelle riforme e quei provvedimenti che credessero atti a migliorare questo importante servizio. Giovanni Garzoni, Francesco Girardi e Marco da Molin eletti a tale incarico fecero nel 18 aprile successivo le loro proposte per la zecca dell'oro, le quali vennero approvate e si trovano trascritte nei registri del Senato e nel capitolare dei massari all'oro (2). Esse contengono molte minuziose prescrizioni, che riguardano principalmente la stima del metallo prezioso portato dai mercanti, la perfetta affinazione, la custodia, il peso ed il calo dell'oro durante le molteplici operazioni che esso subiva fino a trasformarsi in tanti bei ducati. Si raccomanda di tener conto di tutto, di registrare diligentemente i pesi e, non reputandosi sufficienti tre estimatori, se ne istituisce un quarto, e così ai due massari dell'oro se ne aggiungono altri due col salario annuo di ottanta ducati.

Sembra però che il Senato non fosse contento dei risultati ottenuti, giacché il 25 gennaio 1415 (1416) delegava i propri poteri (3) ad uno speciale collegio, composto del doge, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, dei savi ad recuperandam pecuniam, dei savi agli ordini, dei tre savi delegati alla riforma della zecca, degli avogadori del Comune e degli ufficiali alle ragioni nuove, ordinando che le loro deliberazioni avessero la stessa forza che se fossero emanate dal Consiglio dei Pregadi, purché raccolti nel numero di 28. Pochi giorni dopo, il 30 gennajo, riunitosi questo consesso delibera (4) che i mercanti, i quali portano l'oro in zecca, debbano sottostare al calo della fusione, dopo della quale sia fatta la stima a Rialto con ogni cautela e segretezza. Si riducono nuovamente a tre (5) collo stipendio di ducati 60 annui gli estimatori, i quali non possono stimare se non uniti, né mandare l'oro alla zecca se due non sieno concordi. Anche i massari dell'oro sono ridotti a due (6), come anticamente, collo stipendio di 120 ducati e colle solite utilità: devono fare per turno le quindicine; saldare il quaderno ed attenersi al loro capitolare, dànno pieggieria e durano in carica due anni. Si portano a due i pesatori alla moneta (7) con 60 ducati ed altri incerti: questi devono tenere le chiavi, fare i pesi, ed ajutare i massari a tenere le scritture.

Nel 30 giugno 1416 il Senato si occupa nuovamente (8) della fiorente fabbricazione dei ducati e procura di frenare alcuni abusi: minaccia gravi pene a coloro, che cercano di ridurre la zecca nelle loro mani, temendo il danno che potrebbe venire al Comune, se nelle parti di Alessandria e di Soria, ove esistono esperti conoscitori, si sospettasse che la moneta d'oro veneziana non si facesse più della solita bontà. Per incoraggiare tutte le persone, eccetto quelle che per ufficio non possono occuparsi di tale commercio, a portar oro in zecca, il prezzo fino allora pagato si aumenta di 3 grossi per marca e di 4 a chi lo dà fuso.

Altre deliberazioni del Senato si trovano in data 19 giugno 1421 (9) relative alla stimaria ed alla zecca dell'oro, ma sono in massima parte ripetizioni di ordini, che esistono nei decreti precedenti, e prescrizioni di poca importanza, che non meritano di essere riportate, e mostrano solo il grande interesse, che si poneva a mantenere la purezza del ducato.

Anche per ciò che riguarda la moneta d'argento non mancano i provvedimenti durante il principato di Tomaso Mocenigo. Nel 22 aprile 1414 (10), visto il danno che reca al Comune la parte presa nel 1406, di rendere moneta dello stesso peso dell'argento posto in zecca, si stabilisce di far pagare ai mercanti 10 soldi di piccoli per fattura di ogni marca di grossi, e 14 soldi per ogni marca di soldi, quando si tratti di argento franco, e cioè di quell'argento che abbia adempiuto l'obbligo del quinto, che si doveva per legge tradurre in moneta.

Mancando i massari all'argento ed essendosi soppresso il posto di quello ai torneselli, il Senato delibera nel 30 aprile 1416 (11) di portare a tre i massari alla zecca dell'argento, col salario di 100 ducati annui e colle solite utilità annesse all'ufficio: essi durano in carica due anni, devono fare per turno le quindicine, alternando le mansioni ogni mese sotto la sorveglianza dei provveditori del Comune. Nel 5 giugno successivo (12), a quel massaro che sorveglia la fabbricazione dei torneselli, si accordano quattro mesi per regolare i conti, mancandogli il tempo di farlo in termine più breve.

Il Senato rammenta ai massari nell'11 giugno 1416 (13) che i soldi coniati in zecca devono farsi in modo da averne lire 27 soldi 4 per marca, e non più, come si è fatto talora contrariamente alle leggi: stabilisce che la zecca non possa ricevere le monete coniate da essa stessa e che i pagamenti dei quinti debbano esser fatti a conto e non a peso.

Nel 26 febbraio 1416 (1417) vengono nominati tre savi (14) per istudiare e proporre le riforme della zecca e della moneta d'argento: riescono eletti Scipione Bon, Pietro Bragadin e Cristoforo Soranzo.

L'11 novembre dello stesso anno (15) il Senato vota provvedimenti per la zecca dell'argento, i quali si riassumono così: che sia abolito il sistema dei quinti sin allora in vigore tanto nella presentazione al peso che nell'affinamento del metallo; che tutto l'argento introdotto a Venezia debba essere presentato al peso a Rialto e registrato esattamente, e che per la affinazione si debba pagare grossi 4 e un quarto a oro per marca. I tre massari debbano alternare le loro occupazioni in modo che uno riceva l'argento per fabbricare le monete, l'altro sopraintenda alla affineria, il terzo ai tornesi ed ai piccoli, cambiando ogni quattro mesi le loro funzioni, tenendo registro esatto delle operazioni e rendendone conto agli ufficiali delle ragioni nuove. Di tutto l'argento affinato la quarta parte si riduce in moneta, dando al mercante peso per peso, ma del rimanente egli è libero di fare ciò che vuole: può venderlo e portarlo via da Venezia senza spesa; però se desidera invece farne moneta, può averne peso per peso pagando la fattura. Considerato che non è più possibile mantenere gli ordini dati, di fabbricare la moneta nella misura di lire 27 soldi 4 per marca, fissata quando il ducato valeva 93 soldi, perché i mercanti ci troverebbero una perdita e non porterebbero più argento a Venezia, ora che il ducato vale 100 soldi, si delibera che la moneta sia tagliata in modo da ricavare per ogni marca lire 29 soldi 9, e ciò sulla base del calcolo che l'argento costa 5 ducati 18 grossi per marca, che il ducato vale 100 soldi e che la spesa di fabbricazione dev'essere valutata 12 soldi per una marca di grossi e 16 soldi per una marca di soldi (16). Si raccomanda alla zecca la maggiore possibile esattezza nel peso e nella fattura, e, per favorire la condotta dell'argento a Venezia, si ordina di far pagare solo 8 soldi per marca per la spesa di fabbricazione, dando peso per peso, metà grossi e metà soldi, mentre l'erario potrà rifarsi di tale perdita coll'utile della affinazione.