I risultati di questi provvedimenti corrisposero così poco alle speranze, che nel 22 dicembre 1419 (17) il Senato, osservando che le riforme fatte non hanno riuscito a far venire l'argento a Venezia, essendo arrivate solo diecimila marche in confronto di quarantamila all'anno che ne giungevano in passato, delibera che si debbano rivedere le fatte riforme da un collegio composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa, dei savi del Consiglio, alla guerra ed agli ordini, degli avogadori del Comune, degli ufficiali delle ragioni nuove e di quelli della moneta d'oro e d'argento, accordando alle deliberazioni prese da tale consesso, la stessa autorità che se fossero state votate dal Senato.

Nel 4 gennaio 1419 (1420) (18) questo collegio, lamentando la diminuita vendita dell'argento in Venezia sopprime, l'obbligo di venderlo alla campanella a Rialto, secondo le antiche leggi e costumi, e permette di venderlo a qualunque persona, purché sia denunziato il contratto per le solite registrazioni che si mantengono. Collo stesso decreto riduce a soli 2 grossi per marca il dazio dell'argento introdotto a Venezia, invece dei 4 grossi ed 8 piccoli che si pagavano precedentemente.

Se non che la scarsezza degli arrivi dell'argento a Venezia e la conseguente decadenza della zecca dipendevano da fatti esterni e da cause economiche, che non potevano essere cambiate nemmeno dai più avveduti e solerti amministratori dello stato. Per cui nel 27 gennaio 1420 (1421) (19) il Senato, trovando necessario di provvedere super facto argenti et super factis monete et ceche nostre, che vanno così male da non poter andar peggio, convoca nuovamente il collegio composto del doge, dei consiglieri, dei capi della Quarantìa e dei savi del Consiglio, dei provveditori del Comune, degli ufficiali della zecca, a cui si aggiungono i savi per investigare sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, coll'incarico di studiare quei provvedimenti e di dare quegli ordini, che reputassero migliori all'interesse della zecca e del Comune.

I provvedimenti pubblicati da tale Collegio nel 6 febbraio successivo (20) costituiscono una nuova diminuzione della moneta nel peso, che viene ridotto a lire 29 e soldi 16 per marca, e nel titolo, che si conserva nominalmente a peggio 55, ma tollerando le pezze d'argento di poco inferiore, purché non superino il peggio di 60 carati; provvedimento che deve condurre in breve tempo alla adozione del titolo inferiore come regolamentare. Oltre a ciò, per economia di spesa, si ordina di dare ai mercanti tre quarti del peso in grossi ed un quarto in soldi, invece di metà grossi e metà soldi, e per lo stesso motivo si sospendono le nomine dei titolari di alcuni posti rimasti vacanti, fra cui uno dei tre massari.

Come si vede, il governo veneto perseverava nella via in cui si era messo, la quale conduceva ad un peggioramento continuo del soldo e conseguentemente della lira nominale: questo provvedimento, certamente non favorevole a rialzare il credito della moneta d'argento anticamente tanto ricercata, aveva per conseguenza l'aumento di prezzo della moneta d'oro, conservata perfetta con tutte le cure.

Molte antiche monete erano ancora in circolazione e naturalmente avevano maggior prezzo delle nuove più leggere, per cui il Senato fu costretto a emanare, nel 7 marzo 1422 (21), un decreto, il quale, osservando che l'antica moneta è cresciuta a 108 soldi, ordina di raccogliere tutti i pezzi di conio antico e di fonderli nuovamente, dando al pubblico, peso per peso, nuove monete per un quarto soldi e per tre quarti grossi, provvedimento che fu in pari data (22) esteso alla terra ferma veneta.

Sebbene dai documenti, che abbiamo riportati più sopra, si rilevi che uno dei tre massari fosse specialmente destinato alla sorveglianza della fabbricazione dei piccoli e dei tornesi e che quindi si coniassero tali monetine in gran copia e lo stato ne ritraesse non poco utile, non pare però che la emissione fosse superiore al bisogno, ed infatti poche di tali monete arrivarono fino a noi, tanto che sono dai raccoglitori molto ricercate. Rarissima poi è una bella ed elegante monetina col nome di Tomaso Mocenigo, della stessa pasta dei tornesi e dei piccoli destinati a Verona e Vicenza, ma di peso alquanto superiore, giacché i due esemplari conosciuti superano di poco i sette grani. Dal lato dove si trova il nome del principe è disegnata la croce accantonata da quattro punti triangolari e dall'altro il busto di San Marco di fronte, che ricorda il disegno degli antichi bianchi, da quasi un secolo abbandonati. Questa moneta esiste ancora coi nomi di Francesco Foscari, Pasquale Malipiero, Cristoforo Moro e qualche altro posteriore, lavorata con molta accuratezza e di ogni doge se ne trovano soltanto uno o due esemplari, anche in quelle epoche in cui vi furono abbondanti emissioni di monete di mistura. Probabilmente fu coniata per una provincia od una comunità determinata, in seguito ad accordi stabiliti: supposizione che pare confermata dal fatto che i piccoli di questa specie, col nome di F. Foscari e dei suoi successori, pesano notevolmente di più di quelli del Mocenigo, ciò che fa credere si volesse così compensare la differenza proveniente dalla diminuzione del fino, deliberata nel 1442 per tutte le monete di bassa lega. Ora essendo avvenuta durante il principato di Tomaso Mocenigo l'annessione del Friuli, e trovandosi anzi a far parte del Collegio istituito dal Senato per i provvedimenti relativi alla zecca nel gennaio 1420-21, anche i Savi per investigare sopra i fatti del Friuli e delle terre nuovamente acquistate, è lecito sospettare che questa nuova monetina fosse destinata a quella importante provincia. Questa misura infatti avrebbe grande analogia con quanto dallo stesso veneto governo venne fatto per i denari di Verona dapprima, e per quelli di Brescia più tardi.

Non essendomi stato possibile rinvenire alcun documento che parli di una moneta speciale per la patria del Friuli, non posso fare se non delle ipotesi per analogia, aspettando dal tempo e dalla fortuna qualche nuovo lume su questa interessante ricerca.

Raccontano i cronisti che Tomaso Mocenigo, sentendosi vicino a morte, chiamò a sé la Signoria per raccomandare a quegli illustri cittadini di scegliergli a successore un uomo degno e desideroso di continuare una politica prudente e pacifica, e per dissuaderli dal portare i loro voti sopra Francesco Foscari di cui temeva il carattere irrequieto e guerriero. Nel suo discorso vantò i benefici della pace e con visibile compiacenza riportò dati statistici interessantissimi sulla ricchezza e sul commercio veneziano, allora floridissimo, sul debito pubblico pagato e sulle finanze dello stato ristorate. Riporteremo soltanto quei dati che a noi interessano sul lavoro della zecca, la quale batteva ogni anno

"d'oro un millione e duecento millia ducati, e d'argento tra mezanini, grossi et soldi 800 millia all'anno, dei quali cinque millia marche escono tra Egipto e la Soria de' grossetti, in li vostri luoghi da terra ferma ne va ogni anno tra mezanini e soldini ducati centomillia" (23).