A leggere quelle lettere, mi venne la matta idea di farmi frate provvisoriamente e di gustare la pace profonda del monastero.
Ero tanto angustiato di quel ch’era accaduto, ero tanto annoiato di quella solitudine in cui mi trovavo per forza, che pensai a farmi solitario sul serio per qualche mese, sperando di riprendere forze morali e nuova capacità di illusioni e d’entusiasmi.
Scrissi dunque a padre Romualdo chiedendogli se mi accettasse come frate dilettante, obbligandomi a pagare il mio mantenimento e a non turbare per nulla le consuetudini e gli scrupoli dei suoi frati.
Il padre mi rispose lietissimo, dicendomi che mi aspettava a braccia aperte: mi chiedeva quanti metri e centimetri fossi alto, per farmi fare la tonaca subito; mi avvertiva di lasciar crescere la barba, e nella poscritta insinuava che quanto a vitto starei bene, ma quanto a bere avrei agito prudentemente cercando di portar meco qualche bottiglia, poichè la cantina del convento era vuota, imponendo la regola di bere acqua pura.
Questa raccomandazione mi fece ridere, poichè mi ricordai che padre Romualdo, quando era don Paterniano, beveva spesso e volentieri, preferendo il vino buono a qualunque altro liquido.
Il convento di Monte Stella è sopra un colle che domina la città e il mare. A mezzodì si apre larga e verde una valle, dove il fiume di querce e di castagne, digradano in colore fino a divenire azzurri all’orizzonte. È uno di quei luoghi come i frati hanno sempre saputo scegliere, vicino alle città, vale a dire un luogo incantevole.
Il convento, ceduto al municipio dal governo, non è fatto per la vita in comune, ma composto di tante piccole casette, una per ogni frate. Così vuol la regola. Ogni casetta ha tre camere e un piccolo giardino chiuso da un alto muro; ma quella che mi fu assegnata guardava la valle, e da quel lato non era chiusa che da un parapetto, sotto al quale il monte scendeva a picco. Le case fanno corona alla chiesa, dietro cui sta un magnifico bosco. Tutto questo villaggio religioso è circondato da un muro, e non si può entrare se il frate portinaio non apre il cancello.
Padre Romualdo mi accolse proprio come aveva annunciato; a braccia aperte. Giunsi la notte ed egli mi condusse subito alla casetta che m’aveva destinato. Volle che mi vestissi subito da frate, mi pregò di parlar poco con gli altri frati (erano tre in tutto e addetti ai servizi umili umili come la loro intelligenza: il cuore però sapeva profondamente l’arte sua), di farmi servire da loro senza riguardi, e altre raccomandazioni dalle quali credetti di capire che il padre m’avesse fatto passare per un pezzo grosso dell’ordine, venuto in incognito. S’informò dei miei bagagli, che dovevano venire al mattino, e io l’avvertii di far scaricare con giudizio le casse per non rompere le bottiglie. Mi dette la buona notte e io, dopo aver fumato un sigaro nel giardinetto, mi coricai sul lettuccio monastico, che mi concesse un sonno beato.
Al mattino, mi levai di buon umore, e mentre stavo odorando i fiori del giardino e guardando giù l’immensa valle da cui salivano le nebbie mattutine, sentii alcune voci dominate da quella di padre Romualdo. Egli gridava: