—Piano! giudizio con quelle casse di libri!
Le casse di libri furono presto nel mio appartamento, e sapete già che erano delle migliori edizioni di Bordeaux, di Broglio, di Barolo, di Capri e di altre regioni propizie all’enologia.
Mi sentivo benissimo. La stranezza della mia posizione, la cucina eccellente, la tranquillità intima, la stessa voluttà che provavo nelle ore calde, sedendo sotto l’ombre fitte del bosco con la sola camicia e la leggera tonaca di lana bianchissima, che si presta tanto bene alle carezze intime delle brezze montane, tutto insomma contribuiva a far di me un vero frate, insensibile a ogni seccatura del mondo esterno, annichilito nella pace della vita animale. Padre Romualdo mi prodigava le finezze e le attenzioni più delicate, e gli altri frati mi rispettavano silenziosamente, facendomi certi profondi inchini cui corrispondevo con un sorriso di degnazione. Un giorno feci un complimento al cuoco, il quale, commosso, mi baciò la mano.
Dopo una settimana di quella vita beatamente epicurea, cominciai a sentire che c’era pure qualche cosa che non andava. Quando mi alzavo al mattino e nel mio giardinetto fumavo un sigaro contemplando la valle, la città e il mare, avevo dei momenti grigi che tendevano tutti i giorni a farsi più scuri, e provavo un senso di vuoto, di insoddisfazione, che diventava sempre più nervoso e penoso. Mi mancava l’eterno femminino. Quando sentivo un canto di villana salir dalla valle al mio giardinetto, avevo già certi spasimi interni che incominciavano a disgustarmi della vita contemplativa.
Padre Romualdo tutte le sere veniva nella mia casetta. Aveva preso confidenza e fumava e beveva come se la regola glielo imponesse. Mi raccontava alle volte certe storielle grassocce che lo facevano ridere sino alle lagrime, e si rovesciava sul seggiolone tenendosi la pancia e sgangherando le mascelle. Il buon padre si sentiva sovrano e padrone di Monte Stella, e poichè i suoi tre fraticelli lo servivano come un pascià, egli si era liberato sempre più dai lacci monastici, e ho il sospetto che peccasse e si assolvesse da sè. Certo lassù, in quel monastero venerato da tutta una regione, egli solo aveva facoltà di confessare.
Una sera gli contai le mie nuove tribolazioni, che egli accolse con uno scoppio di ilarità. Lascio i commenti aretineschi che vi fece sopra. Egli era oramai giunto in età da non soffrire come soffrivo io; ma mi narrò, con molta evidenza, le sue lotte passate, le sue vittorie contro la tentazione, dove qua e là mi parve di scorgere qualche restrizione e qualche bugia. La confessione era il suo tema prediletto, e mi narrava le marachelle che aveva sentito dalle donne, i casi di coscienza che aveva dovuto sciogliere, le sue soluzioni, e una filza di aneddoti pornografici che lo facevano sussultare dalle risa sopra la scranna, mentre io, senza volere, ogni volta più l’ascoltavo volentieri.
Una sera aveva bevuto più del solito e cominciava a perder l’erre. Bussarono alla porta del giardino, e il padre dalla sua sedia chiese ad alta voce:—Chi è?—Un fraticello rispose:—La contessa Y* che si vuol confessare.—Il padre brontolò sottovoce alcuni spropositi grossi, poi gridò che la introducessero in chiesa a far l’esame di coscienza, che tra poco sarebbe venuto.
Tornò a spropositare. Erano ore quelle da venire a romper le tasche a un povero servo di Dio? Benedette donne, che fanno i peccatacci e seccano la gente a tutte l’ore, per farseli perdonare! E via di questo passo. Io ebbi un’idea luminosa e gli dissi:—Vuoi che vada io?—Prima credette che scherzassi, ma dopo che gli ebbi mesciuto un bicchiere di Capri traditore, cominciò a ridere della burla e finì col consentirmelo, facendomi fare i più terribili giuramenti di segreto. Gli sturai un’altra bottiglia e uscii.
In parola d’onore, ero meno commosso a Milazzo quando sentii a fischiare le palle la prima volta. Si ha un bell’essere capitano di cavalleria, ma l’idea di confessare una signora, che sapevo giovane e bella, fa un certo effetto.
Passai dalla sagrestia e mi misi la cotta e la stola, tirandomi il cappuccio bianco più avanti che mi fosse possibile. Ero sicuro di non trovare in chieda altro che la mia penitente; ero certo di farla, franca, ma insomma un po’ di tremarella l’avevo.