Confesso il vero che sembrerà eresia; quel che più mi piace nelle cose del Ruffini e tutto ciò che pare od è autobiografia. La parte veramente vissuta de’ suoi romanzi mi sembra la migliore. Per esempio, nella prima metà del Lorenzo Benoni, tutta quella descrizione della vita di collegio che riempie dodici capitoli mi pare ben altrimenti efficace e vera che non siano gli amori incompresi del Dottor Antonio. Chi per sua disgrazia passò l’infanzia sotto la ferula di abbatacci asini e malcreati in un collegio di preti, può attestare la verità di quel che dico. Tutti gli amori sono suscettivi di ridicolo fuori che l’amor materno, e nessun umorista, avesse pure il carattere bilioso e cattivo del Swift, osò mai di metterlo in caricatura. Ed è appunto quest’amore che manca alle povere vittime dei collegi, quest’amore la cui mancanza nell’infanzia si fa dolorosamente sentire poi per tutta la vita. In quei primi capitoli del Benoni si sente il dolore dell’assenza dell’affetto materno, quello strazio che fu narrato con più forza dal Dickens nel Copperfield e meglio ancora dalla Currer Bell in Jane Eyre; è narrato un martirio che vige ancora in Italia, dove le condizioni di molte famiglie possono render necessari i collegi, ma non mai quegli ergastoli del corpo e dell’anima che sono i convitti dei preti e dei frati. Lo dico per esperienza.
Certo a chi ebbe la fortuna di crescere nel nido della famiglia sotto le ali morbide della madre, quelle pagine parranno noiose. A me invece paiono le più belle che il Ruffini abbia scritto. Ne’ suoi libri si volle vedere l’autobiografia un po’ dappertutto, ma qui c’è senza dubbio; anzi tutto il Benoni è vissuto veramente, a differenza del Dottor Antonio, dove l’artificio logoro salta agli occhi. Nel Benoni dunque deve esser cercato non solo il Ruffini uomo, ma il Ruffini artista, poichè ivi soltanto si mostra senza l’artificiosità di una tecnica antiquata. E nel Benoni appunto spicca il suo temperamento artistico quale mi provai di definirlo.
Era dunque troppo naturale che quei romanzi onesti, tranquilli, pieni di bonarietà e di rettitudine, cessata che fosse la scomunica che pesava sulle aspirazioni patriottiche, dovessero diventare adattissimi all’adolescenza. Così, da un pubblico di cospiratori che aveva prima, il buon romanziere, si è trovato improvvisamente ad avere un pubblico di scolaretti. Eppure, il Benoni specialmente, non dovrebbe esser trascurato da quelli che vogliono farsi un idea esatta di quel che fosse la società italiana e piemontese al tempo di Carlo Felice. Il libro ha la sua importanza grande anche come contributo alla storia dei costumi e dei sentimenti di un’epoca e, per questo, verrà il giorno della sua resurrezione. Intanto... habent sua fata libelli.
Il Ruffini è morto onorato e compianto a ragione.
Noi gli dobbiamo di aver fatto rispettare il nome italiano in terra straniera in tempi tristissimi, quando il nome nostro destava in Europa l’idea del pugnale e del tradimento. Egli fece onore alla patria: è giusto che la patria faccia onore anche a lui.