Chi sente oggi più tutta quella straziante poesia dell’esilio che ha fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono più esuli? Il poeta, col magistero dell’arte, può commuoverci ancora per le sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perchè repressi, dovettero destare que’ versi, ne’ quali oggi cerchiamo l’artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure della patria? Noi non possiamo più sentire a quel modo, poichè il clima storico è mutato, ed a quei libri mancò l’ambiente nel quale erano stati concetti. Tanto è vero, che divennero innocue persino le invettive di Clarina, contro Carlo Alberto, precisamente come lo divennero i sofismi reazionari del De Maistre, così pericolosi al tempo della Ristorazione.
Ai romanzi politici del Ruffini mancò dunque molto, quando le idee, da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all’onor degli altari. I libri che si fondano sull’opportunità rovinano quando l’opportunità è scomparsa e solo si reggono se in loro v’ha tal potenza di arte o tale evidenza di realtà da renderli superiori alle necessità delle lotte d’un anno a d’un giorno.
Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno un’abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono. Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti. Chi legge il Gesuita moderno, già venduto a ruba e letto con tanta avidità? Chi riapre quei libri che furono pure il vangelo della rivoluzione del 48? Mancò loro l’arte, che è il sale che preserva dalla corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei mille ed un prete mal spretati, che credono d’insegnare filosofia nei disgraziati Licei del Regno.
Ora l’arte del Ruffini, l’arte che il suo temperamento gli consentì, fu appunto quale era necessaria perchè i suoi libri, cessate le battaglie, divenissero appropriati all’adolescenza.
Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo; tutt’altro. Rispetto profondamente tutto ciò che viene da una intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si può discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, il Robinson Svizzero a Clarissa Harlowe, Giulio Verne a Saverio di Montépin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati dominio della letteratura per l’adolescenza, non pretendo di censurare, ma di constatare un fatto.
Il Ruffini, nato in quella gloriosa riviera cui la patria deve Mazzini e Garibaldi, deve aver avuto anch’egli la dolcezza di carattere quasi delicatamente femminea che distinse la vita intima dei due grandi che ho nominato. Una profonda bontà traspare nei suoi scritti, una bontà di cuore che dispone agli affetti miti, alla vita tranquilla e modesta. Si direbbe che la sua parte di cospiratore e di esiliato contrasti profondamente colla calma del suo temperamento, inclinato piuttosto alla sentimentalità che all’eroismo. I suoi libri, dove ora la pace polemica non ci colpisce più sono ben lontani dalle esagerazioni convulsionarie cui andò soggetta la letteratura politica del suo tempo. Chi lesse quei romanzi a quei tempi, di nascosto e col pericolo imminente della polizia e del carcere, dovette trovarvi certo quel che noi non sappiamo più vedervi, una energia, un’audacia grande. Il solo fatto dell’averli scritti era già una prova di forza, e le minime frasi, che a noi appaiono ora scolorite, dovettero a quell’epoca parere proteste sdegnose, colpi che passano da parte a parte. Ma a noi, che leggiamo senza passione, l’energia non appare più.
Basta ricordare il Guerrazzi per accorgersi subito della sentimentalità calma del Ruffini. Il Guerrazzi rugge come i contemporanei suoi. Le proteste, gli sdegni ora eloquenti, ora retorici, ora sublimi, ora affettati, si succedono in quelle pagine infocate, vero specchio dell’anima della gioventù di quel tempo. Ivi l’energia è cercata, spesso raggiunta, qualche volta troppo evidentemente artificiale: ma insomma il Guerrazzi è energico, e quando non lo è, tenta di esserlo. Paragonate ora il Dott. Antonio alla Battaglia di Benevento. Il libro del livornese sì leva spesso più in alto che la forma di romanzo non comporti, diventa lirico, qualche volta anzi frugoniano. Il libro del Ruffini invece comincia calmo come un idillio e finisce sentimentalmente triste come una elegìa. La diversità dei temperamenti non può essere più spiccata. L’uno cerca nella storia i suoi argomenti, poichè la vita quotidiana e la società presente gli paion troppo umili e basse per le sue apostrofi eloquenti, pei suoi sdegni epici. L’altro non cerca e non tenta le altezze sublimi, e il suo tempo, la sua città gli paiono sufficienti all’altre; spesso il romanzo assume l’aspetto dell’autobiografia. Di più non ci vuole per convincersi della modestia, della bontà, della calma che distinguono il carattere artistico del Ruffini.
Senza dubbio, al fondo naturale dell’autore si aggiunge l’influenza inglese. La correttezza, la serietà esteriore, la misura spesso convenzionale che si adopera in tutto, anche nell’ilarità, valsero a calmare ogni effervescenza latina che per avventura fosse rimasta nel sangue dell’esule scrittore. Il Dott. Antonio è scritto sotto l’influenza della moda creata dagli epigoni di Walter Scott, e il romanzo, quantunque si riferisca ad avvenimenti che sarebbero accaduti nel 1840, altro non è in fondo che la riproduzione travestita del vecchio dato romantico: il paggio innamorato della castellana. Al vecchio sedimento di sensiblerie laghista si mesce un elemento più giovane e più caldo, la lotta per la patria: ma il fondo è sempre quello, e il nuovo elemento lo modifica, ma non lo trasforma. Si può seguirne attentamente la trama e si vedranno i personaggi tali e quali, e si troverà il castellano tiranno in sir John, il nemico in Aubrey, insomma tutto quell’ordito bell’e fatto, quella specie di maschere della commedia dell’arte romantica che vegeta ancora nei libretti d’opera, dove il tecnicismo impone la distribuzione delle parti e fissa anticipatamente i caratteri del soprano, del tenore e del basso.
Ammetto che le vibrazioni della corda patriottica coprono spesso il convenzionalismo delle vecchie cabalette. So benissimo che il libro insegna ad amar la patria ed a sagrificarsi per lei senza ostentazioni e ciarlatanerie, ma in riga d’arte ripeto che quel romanzo è più vecchio del suo tempo. Un giovane misterioso e perfetto salva una fanciulla melanconica e perfettissima. S’innamorano inutilmente, e la giovane muore poichè l’innamorato, combattendo per la patria, fu fatto prigioniero. È la vecchia tela, con la sola differenza che un romanziere più scapigliato avrebbe ammazzato tutti senza misericordia.