Lascia un bel nome, lascia un dolore a quelli che lo conobbero. Morì povero, rispettato, onorato. Pace all’ultimo bardo!
GIOVANNI RUFFINI
Certo non si può dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla propria gloria, ma non si può nascondere che da parecchio tempo la memoria delle opere sue s’era un po’ indebolita. Non ricordo che, oltre un bell’articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto in questo consenso universale di lodi per l’uomo e per l’opera, la sua gloria s’era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di qualche cagnuolo l’avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la ridestò fu la morte. L’uomo s’addormì nel sonno che non ha risveglio, ma l’opera sua scosse il glorioso sudario in cui l’aveva avvolta la nostra indifferenza e tornò viva e bella nella memoria nostra.
Tornò viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta l’eco de’ discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche dei giornali, oramai s’è rifatto il silenzio di prima. I romanzi del Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori dà ragione del poco chiasso che si fa intorno al nome dell’autore. Quei libri infatti sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti, diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli dell’adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio. Vengono in mente Le mie Prigioni del Pellico, che, dopo aver turbato i sonni dell’imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo nelle scuole clericali.
Le passioni, infatti, le lotte di cinquant’anni addietro, sono entrate nel dominio della storia e non accendono più le discussioni contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono più di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non ci tocca più della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneità storica per noi si spinge appena al di là del 1848, e i tempi anteriori non possiamo conoscerli più che sui libri, poichè chi ai tempi dell’elezione di Pio X era in età di portare il fucile, oggi ha passato i sessant’anni. Al di là del 1848 ci appare un’epoca eroica di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla venerazione, ma che è fuori della nostra vita e delle nostre passioni. Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della nostra redenzione; ma, poichè la santa epopea è chiusa da un pezzo, sentiamo troppo bene che l’età è mutata, e spesso per intendere ci è forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell’immaginazione. Così i libri polemici di quell’epoca, cessando di esser pericolosi ai persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero innocui, ma non furon più vivi.