Per questo il Regaldi non mi par lirico insigne. Non si creda che o voglia sminuire in nulla i suoi meriti, che non furono pochi; solo mi preme di chiarire il concetto mio intorno ad un modo di poetare che ha seguaci ancora e che vive ancora nelle nostre scuole, dove si impone ai discepoli di versificare un tema dato, di sentirlo e di riscaldarsene. Questa invece è piuttosto arte descrittiva, didascalica, che lirica. Così si fanno le georgiche, ma non le odi. Per questo il Regaldi riusciva meglio ad adornare un argomento a lui dato o da lui scelto, che ad esprimere impressioni o sentimenti intimi ed individuali.

La sua stessa prosa lo mostra. Dov’è nelle sue descrizioni e ne’ suoi racconti l’impressione sua, il segno del suo temperamento di scrittore? Egli narra, infiora, abbellisce, incanta, ma non è mai il sentire suo che scalda le pagine, è il sentire di tutti che appena le intiepidisce. Le immagini vive, gli squarci eloquenti vi abbarbagliano, ma dietro loro non c’è mai una persona; c’è soltanto un bravo scrittore. L’impronta personale, il segno dell’ugna possente che incide in un’opera il quia nominar leo, non c’è mai. L’arte ha ucciso l’artista.

Ma l’arte era in lui mirabile. Egli poteva descrivere la fusione di un cannone, i meccanismi complicati di un orologio con la più grande abbondanza di modi e di imagini, senza mai abbassare la tonalità della sua poesia, senza parer mai freddo o stentato.

Uno spettacolo naturale, un fatto meraviglioso, una cascata d’acqua o l’impresa dei Mille, non trovano in lui che le frasi usuali con cui si esprimono e descrivono di solito dalle persone colte, più l’adattamento alla forma poetica e l’impeto del parlare.

Ma le altre difficoltà invece lo eccitano, lo accendono e, conscio della propria forza, quasi le cerca e le vince. Sono tours de force, e il gusto felice dell’artista riesce a mascherare la faticosità dell’impresa. Le frondosità delle immagini e del verso coprono la miseria della sostanza e c’è sempre qualche cosa del teatrale in quei carmi. Le belle vedute sono dipinte magistralmente su carta di straccio, le armature scintillanti sono di cartone dorato, i capelli biondi e le guancie rosate sono parrucche e belletto.

Chi non lo crede abbia la pazienza di leggere se non altro i principii delle sue poesie. Vedrà che i processi più ordinari al Regaldi sono appunto i più teatrali, i più declamatorii: l’apostrofe e l’interrogazione. Salve, o materna terra lombarda ecc.—Salve, o poeta ecc.—Salve, o diletta sede natìa ecc.—E poi: Dove son le corone e gli scettri? ecc. Che mi rechi, errante nuvola? ecc.—Chi è colui che giù scende dal monte?—E poi: Garzoni e donzelle, cantate e sonateSorgi, Sesostri, lèvatiO gloriosa Modena, e via quasi sempre così. Aggiungendo che questa intonazione declamatoria non è solo ne’ capiversi, ma dura sempre e per quasi tutte le poesie, così che si può dire l’unico segno della personalità, del temperamento dell’autore. Si batteva i fianchi, si spronava da sè stesso, si stordiva coi propri clamori. Gli stessi metri, decasillabi, quinari e senari accoppiati; le stesse strofe tumultuose ansanti e con lo scoppio del tronco in ultimo crescono questa sonorità artificiata, questa ebreità di furor sacro per cui al lettore par sempre di vedere il bardo sulla scena, sudante, convulso, ruggente davanti ad un pubblico che ha pagato per applaudire un fenomeno che è la great attraction del momento, come annunciano i manifesti.

E questo quarantottare poetico del Regaldi non era in lui barnumismo volgare, ma una seconda natura contratta per abito, come quella dell’adorazione fisica dell’eterno femminino rimastagli quando anche l’adorazione non giovava più a nulla. Egli era così, intendeva l’arte così, e sinceramente manifestava la sua fede. Ne è da credere che con questo si voglia esprimere un biasimo. Se oggi l’arte usa altri mezzi e va per altre vie a commuovere il pubblico, non vuol dire che i mezzi e le vie di prima, considerate nel loro tempo, nel momento storico della loro massima vitalità, fossero biasimevoli. Così a torto il quarantottismo è diventato termine irrisorio, quando io credo almeno che il prorompere di quegli entusiasmi debba essere se non altro invidiato, oggi che l’entusiasmo non lo conosciamo più nemmeno di vista.

E il Regaldi è rimasto sempre un po’ quarantottista ne’ suoi versi, che in cima all’albero genealogico hanno le romanze del Berchet. Il romanticismo si provava in lui di diventar liberale ed a ogni modo diventava unitario. Quei benedetti romantici erano troppo invischiati nelle teorie del Rosmini o del Gioberti per spingere le loro aspirazioni al di là dell’indipendenza dallo straniero, e se hanno dato nomi gloriosi al martirologio nazionale, furono subito oltrepassati negli intenti dalla generazione che li seguì. Rimasero sempre un po’ troppo per aria e quando ne scendevano non sapevano evitare il Salvotti o il Bolza. Comunque sia, il Regaldi, che fu liberale in pubblico, da giovane o da vecchio, che osò dire il nome d’Italia quando il dirlo era delitto, avrà forse, nelle sue peregrinazioni, recapitato qualche lettera pericolosa, ma non cospirò mai. Non c’era in lui la stoffa del martire. C’era però quella del galantuomo e, a questi chiari di luna, non è poco.

Del resto nell’età sua più valida, ebbe gli istinti del nomade e finì con l’essere attratto da quell’Oriente luminoso e sensuale che tornava ad ogni momento nei versi e nei discorsi suoi. Le sue lezioni di storia non trattavano che dell’Egitto. Venerava Sesostri ed amava il kedive Ismail. Il suo temperamento sensuale si era appagato del clima e dei costumi egiziani, ed in questi suoi ultimi e dolorosi giorni aveva degli slanci di desiderio, delle malinconie e dei rimpianti amarissimi quando il suo luminoso Egitto gli porgeva occasione di discorso. L’occhio gli si accendeva delle fiamme giovanili, e la parola gli sgorgava calda e colorita dalle labbra. Tutto quel po’ di fuoco che era rimasto sotto la cenere degli anni e de’ guai, bruciava ancora, e non giurerei che i salmi recitati a’ piedi del suo letto di moribondo non l’abbiano indotto nell’ultima tentazione di poeta e di innamorato. In exitu Israel de Ægypto!

Come professore valeva poco. Non insegnava, ma era sempre in rappresentazione. I colleghi e gli scolari però rispettavano in lui il galantuomo. Non si reggeva più e si faceva trascinare a braccia sulla cattedra, scrupolosissimo com’era nell’adempimento de’ suoi doveri. Non credo che abbia mancato una volta ai suoi obblighi d’insegnante ed è rimasto in casa solo quando la paralisi l’ha fulminato.