GIUSEPPE REGALDI
È morto Giuseppe Regaldi.
Era un poeta che per forza aveva dovuto vestir la toga di professore. Era l’ultimo forse dei bardi (così si chiamavano tra loro) di un ciclo quasi dimenticato, cui piacquero le sonorità ritmiche e l’abbondanza degli improvvisatori. Negli ultimi suoi tempi si era dato ad una certa maniera di poetare tra la didascalica e la descrittiva, che in fondo era un ritorno alla maniera che gli valse la fama negli esordi suoi, quando cantava l’Armeria di Torino. L’Occhio e l’Acqua sono perfezionamenti di quei suoi tentativi passati: più felici, più scientifici, più meditati, ma tocchi sempre dal malore che ha ammazzato la poesia didascalica.
E ci voleva l’esuberanza dell’estro, la potenza di fiorire col verso anche i più aridi temi, la ricchezza feconda dell’ingegno del Regaldi, per tradurre un catalogo di museo in un poema. In questo era egli veramente mirabile, che dove gli altri stentano a rivestire le idee con le parole e coi versi e lottano faticosamente con la musa per domarla e rapirle l’ambrosia de’ baci concessi soltanto ai forti, egli vinceva senza sforzi, poetava senza stento, come se la poesia fosse il suo linguaggio materno e il verso non potesse avere ribellioni per lui.
Tale facilità veniva forse dal suo passato d’improvvisatore, quando, invidiato per bellezza giovanile, passava di città in città raccogliendo gli applausi degli uomini e i baci delle donne. Nessuna sapeva resistere. Egli vinceva collo sguardo, rimastogli vivo sino agli ultimi giorni; con quello sguardo azzurro, intenso, giovane sempre anche sotto le ciglia bianche. Sapeva vincere e posava. A Napoli, mentre il terribile Bomba era passato per pochi momenti in un’altra sala, vinse una illustre dama di palazzo e le cortine del talamo reale coprirono il suo ardimento.
Anche quando scriveva versi meditati, c’era nelle cose sue un resto della tensione di chi improvvisa. Egli non tocca quasi mai certe corde e mira sempre al sublime. Non scherza mai, non ride mai. La stessa ironia tra le sue mani diventa imprecazione. Chi l’ha conosciuto ricorda la sua bella voce di baritono, robusta e squillante, ed i suoi versi paiono recitati sempre da quella voce più atta a cantar peana che elegie, più facile a muovere al terrore od all’entusiasmo che alla commozione o alle lacrime.
Questa vertigine intellettuale gli vietava di esser poeta lirico. Parrà strano, ma è così. La lirica infatti, e le poetiche lo dicono, cerca appunto l’impeto, l’intensità, e i voli pindarici sono persino diventati un luogo comune. Ma bisogna notare che se l’arte è indispensabile alla parte formale della lirica, altrettanto è indispensabile che l’impeto e l’intensità non siano cosa d’arte, ma siano davvero nell’intimo dell’animo del poeta. È la storia dell’orazione si vis me fiere ecc. Ora il Regaldi, e i parecchi e meritamente lodati poeti della sua maniera, non cantano perchè siano commossi, ma si commovono perchè cantano. Appena seggono sul tripode come la Pizia, sono invasi dal dio e l’onda de’ versi sonanti prorompe dal loro petto agitato. Questa sarà bella poesia, sarà anche lirica quanto alla forma, ma sarà sempre qualche cosa di artefatto, di voluto, che ripugna in fondo all’essenza della lirica. Si sente troppo l’attore, troppo l’eccitazione artificiale, troppo il rullo dei numeri che paion battere sempre la carica e il passo di corsa e fanno sospettare che appunto il rumore si faccia per stordire chi ascolta e chi canta. Allora le strofe ansano, si accavallano, si accaldano sempre più, ma il fragore è di parole, l’entusiasmo di alcool, e il pubblico, riscaldato un momento, finisce con l’accorgersi dell’artificio. Qui non si nota più quel che amore spira, ma si scambiano gli effetti di un afrodisiaco con l’amore, e si canta in conseguenza. L’eccitazione vien dal di fuori e mette in moto le facoltà poetiche dell’artista là dove dovrebbe prorompere dall’interno e stimolare invece le facoltà ad espandere fuori l’intimo fuoco. E la lirica è espansione, non assorbimento.