Poichè bisogna pure ch’io lo dica, di una cosa sola mi vanto. Non mi vanto che i libri miei abbiano incontrato il favore pubblico; non mi vanto di vedermi oramai accettato nel coro degli eletti che sanno leggere e scrivere, dopo che per alcuni anni fui sottoposto alla interdizione dell’acqua e del fuoco dalla pudibondaggine scrofolosa degli epigoni romantici; non mi vanto e non mi lodo vedendo che almeno alcune delle idee che difesi sono pure entrate nel dominio universale, e che, pur vituperando il verismo, tutti oramai l’hanno nell’ossa; di una cosa sola mi vanto, mi lodo e mi glorio: di aver capito il Carducci, la sua importanza e il suo avvenire, ornando al di fuori del cerchio di pochi amici e di pochi studiosi egli era incognito agli spaventi politici dei pizzicagnoli, ai furori isterici e prosodiaci dei critichini illetterati.

Me ne vanto. Io era uno studentucolo svogliato che non gustava troppo le arcane bellezze del Diritto canonico, e il Carducci era un modesto professore che lavorava, come lavora, tutto il santo giorno, ed abitava in un vicolo fuor di mano, senza frequentare il mondo e le sue pompe. Gli scolari gli volevano bene, e noi, speranze del foro, davamo spesso una capatina nella sua scuola dove si studiava e si studia. Il Carducci non ha mai avuti nulla di quel cavadentismo per cui molti professori potrebbero dar dei punti alla signorina Sara Bernhardt, e alla scuola del professore girondino non si sente mai e poi mai una parola, nemmeno di allusione, alla politica che altri incastra per sino nei logaritmi e nella flebotomia. Egli stesso dice qual’è la sua scuola: «Un po’ di filologia, un po’ di paleografia, un po’ di critica, qualche po’ più di storia e ricerche, molte e faticose su molti codici, su molti libri». E fatta la parte della modestia che dice un poco dove ce n’è parecchio, è vero che l’ideale del Carducci insegnante è quello, «di alzare col metodo storico più severo la storia letteraria, al grado della storia naturale». È il positivismo, lo sperimentalismo, tutto quel che volete, ma è il metodo scientifico richiesto dal nostro momento storico, è l’abbandono assoluto delle vecchie metafisicherie, dei vecchi filosofemi retorici. Ora per fare una lezione sopra un secolo con le antiche maniere, bastano alcuni luoghi comuni e un po’ di verbosità meridionale: ma per farla come si fa la storia naturale, bisogna avere studiato, studiare, far studiare; ci vuole un fondo di lavoro grande e un ingegno potente per farlo fruttar bene. Poca apparenza e molta sostanza, poche chiacchiere e molti fatti ci vogliono; e il Carducci, lavorando e insegnando così, non attirava a sè le chiassose dimostrazioni di entusiasmo sulle quali pur troppo si fonda la fama di parecchi.

Quando uscì il Levia Gravia, pochi ne parlarono. Il libro si allontanava troppo dalle solite torototelle che allora erano battezzate poesie. C’entrava poca o punta politica, niente Dio, niente luna, niente delle solite ciarpe romantiche ancora in moda. Le strofe non erano manzoniane, e c’era in tutto un non so che di pagano che stonava orribilmente col deismo delle maggioranze amiche ancora dei mezzi morali. Il volume passò tranquillamente, senza togliere o aggiungere fama all’autore. Si noti poi, che allora non era moda il parlare a diritto o a rovescio di letteratura. Oggi ognuno crede sacro dovere di cittadino e di contribuente spropositare intorno alla poesia sette volte al giorno come l’uomo giusto; e l’analfabeta che la sera tra una partita di biliardo e un poncino non giudicasse tutta la nostra letteratura contemporanea, si crederebbe disonorato. Allora non c’era questo bel costume, e tutt’al più degli autori in voga spropositavano i giornali politici nelle appendici inserite per tappare i buchi. Non c’è che dire; chi negherà il progresso?

Ebbene; quando il volume del Carducci passava quasi non visto nella crassa penombra della nostra ignoranza, io, scolaretto imberbe, lo capii e lo ammirai, tanto che ora me ne tengo. Scrissi la mia brava appendice, che fu stampata in un giornaletto ora dimenticato, e naturalmente dissi chi sa che monte di strafalcioni. Ma non fa nulla: ammiravo sinceramente quando gli altri passavano senza voltarsi addietro; ed ora che tutti, volenti o nolenti, chinano il capo davanti a chi fa onore al nostro paese ed all’arte nostra, sono superbo di poter dire: io, bamboccio, ho inteso e applaudito quando voi altri non c’eravate, cari critici nasuti e perspicaci! Avete aspettato che il Satana scombussolasse la testa ai dormienti e levasse rumore, per capire e convertirvi! Io credo che il Carducci voglia poco bene a quell’inno, appunto perchè fu per quello che cominciaste ad accorgervi di lui!

Al rispetto che nutrivo un tempo pel Carducci, ora, nuova cagione de’ miei vanti, è succeduta una buona amicizia; ma il mio entusiasmo per lui e per le cose sue è sempre lo stesso. L’ho seguito con gli occhi lieti nella sua salita gloriosa, l’ho visto con gioia superare gli ostacoli più forti o più maligni, mi par quasi che sia qualche cosa di mio, qualche parte di me che trionfi con lui. Hanno voluto dire che i veristi ebbero torto a rivendicarlo come loro capo, ma i veristi ebbero ragione, come avrà ragione d’invocare il suo nome chiunque, verista o no, penserà col suo cervello, porterà la scure sul vecchio tronco dell’Arcadia e... scriverà senza spropositi.

Il Carducci infatti fu il primo che spezzò la tradizione romantica e manzoniana, fu il primo che ad un’Italia bene o male rinnovata fece intendere che bisognava lasciare la vecchia maniera, i vecchi pregiudizi, e fare di nuovo. Per questo egli è il capo di ogni ribellione contro la disciplina monastica che pesava non ha molto sulla repubblica letteraria. Egli ha ogni ragione di sdegnarsi vedendo come quelli che si gloriano di dirsi suoi discepoli siano così poco degni di sì gran nome; ha diritto di corrucciarsi vedendo come i soldati siano così impari al genio del capitano, e allora protesta e non riconosce i suoi, e si duole che si dicano suoi, e proclama, come il Poeta, di far parte da sè stesso. Ha ragione; ma, voglia o non voglia, dovrà pur tollerare che i piccini facciano di cappello al babbo. Si volti pure disingannato da un’altra parte; noi dobbiamo salutare e salutiamo.

Le Nuove Odi Barbare non sono più una novità se non perchè sono raccolte in volume; ma tuttavia così raccolte fanno tutt’altra impressione che lette ad una ad una, ad intervalli, ne’ giornali. Così riunite, l’orecchio del veterinario o del droghiere, per solito duretto, le dovrebbe capire un po’ meglio che non staccate, isolate tra un bozzetto o una polemica. Non spero molto negli orecchi dei soprascritti signori, ma tutto è possibile, anche che si persuadano che i versi del Carducci sono versi italiani. Chi sa? Dei miracoli se ne vedono ancora... a Lourdes.

Comunque sia, poichè, come ripeto, il Carducci può piacere o no, ma da chi non sia idiota non può più esser discusso come si discute il primo poetucolo venuto, bisogna dunque rallegrarci con lui e con la patria di questa sua balda virilità che gli permette di esser sempre il primo all’assalto, il primo sulla breccia.

Ad multos annos!