GIOSUÈ CARDUCCI


Giosuè Carducci pubblica due volumi ad un tempo: uno di prose ed uno di poesie.

Oramai si possono ancora discutere le opinioni e i tentativi di innovazione tecnica, si può discutere di tutto quel che si vuole parlando del Carducci; ma del posto che gli spetta tra i poeti nostri viventi non si discute più: egli è primo. Gli stessi suoi nemici (chi si alza una spanna sul livello della comune mediocrità, ha dei nemici), sia che lo assaltino in faccia, sia che lo aspettino la notte dietro la cantonata per dargli una coltellata nella schiena, riconoscono la grandezza sua con la bassezza medesima del loro livore. Quando, come il serpe della favola, si sono spezzati i denti a mordere la lima, dicono: io sprezzo! Hanno un bel dirlo! Il pubblico sa che la lima è d’acciaio fino, e ride.

Poichè Enotrio è un terribil nemico. Quando gli pare che in un biasimo a lui diretto, od anche in una lode, ci sia qualche cosa di più importante che la sua persona, per la dignità dell’arte o l’onestà letteraria, si leva subito armato per la battaglia e combatte. Non bada più agli avversari, non bada alla loro potenza, od alla loro indegnità. La santità della causa lo accende, e, come i buoni cavalieri antiqui dell’Ariosto che per la dama rompevano indifferentemente la lancia contro il miglior paladino della Tavola Rotonda o addosso al moro più gaglioffo di tutta l’Etiopia, così egli non si perita di contraddire dignitosamente agli uomini degni di stima o di castigare i mascalzoni ubriachi che vomitano vituperi nei vicolacci di certi giornali letterari clandestini. Egli si è fitto in capo che anche i letterati nella loro letteratura dovrebbero essere onesti come tutti i galantuomini nella via, e fa del suo meglio perchè in arte non siano permesse e lodate le stesse azioni che farebbero vituperare un banchiere, fallire un droghiere, bastonare un facchino. Desiderii e sforzi generosissimi: ma per ora la nostra morale letteraria è fatta così; e se dite un’insolenza mettiamo allo Chauvet si rischia d’andare in prigione, mentre il primo scolaretto di ginnasio o il primo briccone che sa tener la penna può dare dell’asino e dell’ubriacone al Carducci senza che nessuno trovi nulla a ridire. La cosa par naturale e sembrerà tale per un pezzo, pur troppo. Il Carducci ha fatto accettare le Odi Barbare, ma non farà accettare così facilmente a certi critici i canoni della più volgare onestà.

Da queste polemiche per l’arte e per la giustizia venne fuori un libro, Confessioni e battaglie, libro dove il Carducci dà la sua misura come polemista.

Nella battaglia il Carducci non è un velite agile e brillante come per esempio il Cavallotti, è piuttosto il triario catafratto che cammina diritto al nemico, lo sfonda e lo stritola. Le sue polemiche non sono i Numidi di Annibale che sterminano correndo e gridando, ma la falange macedone dalle lunghe picche, ma i principes della legione romana che assaltano serrati, col passo cadenzato, coll’urto irresistibile. Egli non scherza mai, non ride; tutto al più usa l’ironia ed il sarcasmo. Non devia mai, e spesso ripete all’avversario: Non è di questo che si tratta; e torna all’argomento e sforza il nemico a tornarvi, costringendolo a rimanere sul terreno da lui scelto per combattere.

Da questo viene che mentre le polemiche tra gli altri letterati durano senza fine e cessano solo per stanchezza de’ combattenti, le polemiche del Carducci finiscono presto. Una lotta di guerriglie può seguitare molti anni, una battaglia in regola dura poche ore. L’avversario sconquassato può ritornare a casa zoppicando, rimettersi alla meglio in salute, riattaccar zuffa magari di nuovo, ma non più in quel campo e per quella ragione. Può tentare i suo Cento giorni tornando dall’isola d’Elba, ma a Lipsia non vince più.

Oltre però all’efficacia che hanno di per sè, queste cariche di corazzieri diventano irresistibili per l’autorità di chi le comanda. Il Carducci non si contenta di discutere, ma lavora. Egli stampa insieme un volume di polemiche e un volume di poesie, unisce alle parole i fatti, fa seguire la pratica alle teoriche. Egli (non io, come con la sua gentile benevolenza vorrebbe) egli è di quelli che con una mano lavoravano all’opera del tempio e con l’altra tenevano un dardo: «aveano anche ciascuno la sua spada cinta su i fianchi, e così edificavano»; come lasciò scritto Nehemia.