«I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini; insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti trimestrali.»

«Ci schiacciavano sotto il peso d’innumerevoli parole morte, e questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della gioventù. Come mai un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale sarà fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto più dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potrà dare luce e fiamma colui, l’anima del quale è un focolare spento, pieno di ceneri agghiacciate? I professori d’Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua poetica, ma hinterschalg vuol dire sculacciata) conoscevano benissimo la sintassi; e quanto all’anima umana, sapevano solo che c’era in lei una facoltà chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando con un nerbo i tessuti muscolari e l’epidermide».

Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma più; ma dei professori d’Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo della fede trascendentale, le opinioni più incredibili espresse colla massima gravità, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste, illustrate dagli esempi più grotteschi ed espresse in un linguaggio caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure, sotto la scorza dell’eroicomico, circola la linfa della verità. Certe pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della apparizione del Sartor resartus. Le amare satire alla società inglese d’allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale e di Persio, e la posterità senza dubbio confermerà il soprannome di great censor of age che i contemporanei decretarono al Carlyle.

Ma il Sartor resartus non può essere tradotto e meno poi inteso in italiano: meglio sarebbe, per dare un’idea dell’ingegno strano e grande del Carlyle, tradurre la Storia della rivoluzione francese, specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i gusti, ma che non può essere confuso tra le cose noiose e mediocri. È vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle nell’originale, hanno sentenziato ch’egli è intraducibile; ma se non la fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.

Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. «Gino, eravamo grandi.—E là non eran nati». Consoliamoci con questo.


GIOVANNI ARRIVABENE