Il senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse l’ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la vita modestamente operosa, l’animo buono, i patimenti sofferti e la venerabile età, lo fecero tuttavia uno de’ personaggi più rispettabili e rispettati del nuovo regno. Con lui si è spento forse l’ultimo testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l’ultima vittima del Salvotti.

L’Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbèra, e si è detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che conosciamo è appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per le cose operate dall’autore. Ma, pur troppo, l’Arrivabene s’indusse tardissimo a scriverle, credo più che novantenne; e per quanto l’età grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro c’è qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato all’epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l’archetipo delle autobiografie fosse venuto al mondo.

La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli occhi alla critica. Forse parve crudeltà dire il vero ad un ottimo vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla può vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori alla aspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.

Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821 attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte, debole o traditore. Le Mie Prigioni del Pellico aspettano ben altre Addizioni che quelle di Piero Maroncelli.

L’Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e sorvolò quasi su quell’importante periodo storico cui assistette e nel quale ebbe gran parte, altre volte, non così abbassato dalla vecchiaia, aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda più un opuscolo da lui fatto stampare presso l’Unione Tipografica di Torino nel 1860 col titolo:—Intorno ad un’epoca della mia vita.—Ivi si trova accennato quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto è forse quel che di più importante ha scritto l’amico di Confalonieri e del Pellico.

Quando Napoleone nel 1805 costituì il regno d’Italia l’Arrivabene aveva diciott’anni. Nove ne durò il regno, ed anche quelli che in quell’epoca avevano atteso più a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria, che si può seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il D’Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono; ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero più bene. Si può pur dire che il regno italico è il babbo vero del presente regno d’Italia.

L’Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch’egli. Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l’Arrivabene diventò liberale convinto e deciso, più per forza degli avvenimenti che dei ragionamenti. Così fu tratto all’amicizia del Confalonieri, del Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini, e di tutti coloro che rappresentavano l’opposizione liberale al governo austriaco. Il Borsieri, il Porro, il Breme, il Mompiani, accrebbero presto il novero degli amici suoi.

Il povero Pellico pagò ben caro il diritto di abiurare, e quanto sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai è fatta, e chi l’ha fatta piena e completa è la setta clericale, rivendicando interamente per sè quel che restò del cantore di Francesca dopo il martirio dello Spielberg. Ma ciò non toglie il diritto della storia di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ciò non toglie che appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene subisse la prima prigionia. Absit iniuria, ma la verità è questa.

Nel 1820 alla Zaita, villa dell’Arrivabene presso Mantova, erano il Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un giorno d’autunno Porro e i figli erano in giardino, e l’Arrivabene col Pellico, seduti sopra un sofà, parlavano dell’Italia e del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclamò:—Per rigenerare l’Italia ci vogliono delle società segrete; bisogna farsi carbonaro;—e l’Arrivabene rispose:—Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte i carbonari, e poi si può giovare alla Italia senza immischiarsi nelle sette.—Il dialogo fu interrotto e non più ripreso. Il Pellico imprigionato narrò il colloquio, e l’Arrivabene fu subito arrestato e condotto nelle carceri di Murano, dove faticò per sei mesi a difender la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una parola di più, anche l’Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.