Libero, cominciò a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre. Si ricordò che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia. Aveva parlato sulle generali, perchè nessuno sapeva niente di preciso. Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo, si parlò di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri, e nient’altro. Un po’ più tardi prestò mille lire per le faccende del Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821 finì lì; ma, dopo l’esempio avuto, capì d’essere in pericolo. Una sera, in un caffè di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati. Vide il pericolo imminente e deliberò di fuggire.

Questa fuga è diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra le evasioni celebri, con quelle del Cellini, del Latude, del barone di Trenck, del Casanova, dell’Orsini e d’altri. L’Arrivabene la narra minutamente e non è qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte ad Edolo, trovarono nella cucina dell’osteria le uniformi dei gendarmi poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.

Quando si leggono le Addizioni del Maroncelli o le Memorie dell’Andryane vien fatto d’immaginare il Salvotti come una iena travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice l’Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che stranissima cosa! Eppure non c’è da dubitare. L’Arrivabene lo vide e lo esaminò più da vicino che non avrebbe voluto.

Di tutto si potrà accusare l’Arrivabene, severo economista e filantropo, fuorchè di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere, soffrì anch’egli di quella nevrosi di cervello che, chi può, traduce in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio. Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere, l’economista ritrova parole di verità, dipinge meglio che un letterato di professione: «A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente, od ai lontani monti o al più lontano cielo, riandavo col pensiero le cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi che il cuore più che la mente aveva dettati. Improvvisavo certi versi sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di contadini che ritornavano dalla città, i quali tutti, sempre, cantavano una loro monotona ma non disaggradevole canzone:

Che bel cappel, Marianna,
Che bel cappel, Marianna.

Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva sull’acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto ciò cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche e care». Non è mal detto, e sopratutto è sentito. Ricorda, senza intenzione, il Sant’Ambrogio del Giusti. Il luogo e l’ora ispiravano poesia al prigioniero.

È inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il martirio, nei quali l’Imperatore, che si dava del clementissimo da sè, intendeva soltanto di aver fatti attenti i suoi sudditi sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana notificazione 29 Agosto 1820, nella quale si comminava la pena di morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu la semenza de’ cristiani, e questo è stato vero anche per l’Italia e la sua fede. Ma ciò non toglie che il povero seminarista non rimanga sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e compresi di affettuosa venerazione pei confessori d’Italia, per le vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.

Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c’era dato a buone opere civili. Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e quarantacinque anni d’esilio. Davvero, quando egli è mancato, possiamo dire che è mancato l’ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione più crudele.

Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte; è dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento al loro illustre concittadino. L’iscrizione è fatta, e si deve al consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente l’uno, segretario l’altro della I. R. Commissione speciale di prima istanza, che sentenziava così in Milano il 21 gennaio 1824:

«Sugli atti dell’inquisizione criminale costrutti dalla Commissione speciale di Milano pel delitto d’alto tradimento: ecc.