«Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:

«Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara, Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno marchese Bossi, Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni, Giovanni conte Arrivabene, e gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone Arese, rei del delitto d’alto tradimento, e li ha condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca

Chi non invidierà l’Arrivabene? Chi non gli invidierà più che la lunga ed onorata vita, i patimenti durati e l’onore di una simile lapide sepolcrale?


DI SILVIO PELLICO


Il rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti se non fortemente, almeno dignitosamente, vietò che delle cose di Silvio Pellico si dèsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che portò le catene dello Spielberg, e finchè i pochi versi all’Italia che si trovano nella Francesca, furono proibiti, parvero sublimi. Nove decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell’ambiente in cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano, povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si è fatto, e nel gran fiume dell’oblio soprannuotano appena Le mie prigioni come libro di premio per le scuole cattoliche, e la Francesca, come vittima disgraziata dei centomila filodrammatici italiani.

Una prova palpabile di questo si ha nell’epistolario intimo del Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del Leopardi si reputerebbe fortunato, e l’anno scorso fu menato grande scalpore persino di quella cantica giovanile sull’Appressamento della morte, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la comica introduzione. Fino gli epistolari de’ mediocri sono cercati ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male isteriche dell’Aleardi. Ma dell’epistolario del Pellico chi tenne parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l’anima di chi lo scrisse, e il mondo passò, senza degnarlo d’uno sguardo. Tanto il nome di Silvio Pellico è diventato indifferente se non antipatico.