E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei seminari, l’antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta come modello ai giovani di pietà e divozione profonda, e davvero c’è da confonderlo con un libro divoto: nè pare che le Filotee godano oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi può resistere e vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella religiosità smascolinata, giunge ad aver pietà di un povero uomo cui i patimenti troncarono più che i nervi, ma ogni fibra di virilità. È doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in tanta fiacchezza d’animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per una domesticità concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi agnelli nell’ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!
Così l’epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti in questi anni per nobiltà dì sentimenti religiosi, è degno del silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n’è della meglio, anche nell’ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne’ seminari stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero inutile il presentare un modello di ravvedimento più che un modello di letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria, e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: «Ho veduto troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene».
A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi dell’anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva portati i ferri del galeotto, per lui era diventato il male; la fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.
Non bisogna irritarsene, ma compassionare.
La condanna del Pellico e l’aureola che quindi giustamente meritò (poichè è inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne’ suoi esami, come traspare dalle Memorie dell’Arrivabene) furono uno dei più strani errori dell’Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di polizia nel suo barbaro italiano scriveva: «Tanto il Pellico quanto il Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate, per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie, ma nessuno riconobbe mai in essi che due scioli, capaci a sostenere con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad un’impresa qualunque».
Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti: «Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono ai miei giudici». L’uomo era già domato e divenuto innocuo. Egli era maturo per passare dalla domesticità carbonare del Porro a quella gesuitica della marchesa di Barolo. Come l’acuto Salvotti non se ne avvide?
Forse nocque a Silvio l’esser letterato, l’appartenere cioè a quella classe di persone che dal governo d’allora era temutissima; e di più l’esser romantico, poichè lo stesso Pellico aveva scritto al Marchisio: «A Torino come nelle nostre città per dire un liberale si dice un romantico: non si fa più differenza alcuna. E classico è diventato sinonimo d’ultra, di spia e d’inquisitore». Forse così Silvio pagava per tutto il Conciliatore, egli che era il meno solvibile della compagnia. Forse gli pesarono sopra i versi patriottici della Francesca, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo che, all’Italia mia del dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi versi della Ricciarda: Amor d’Italia? A basso intento è velo—Spesso ecc. Basso intento non era nel Pellico, poichè tale non può esser detto il desiderio della facile fama; ma l’italianismo classico di Ugo e l’italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico è più grave la sventura, nel Foscolo è più seria la convinzione.
Il Pellico, anima dolce e ingenua, s’era dato al romanticismo ed al carbonarismo sotto la influenza dell’ambiente in cui viveva. Gli uomini del Conciliatore lo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli si gettò in quell’avventura non misurò le proprie forze per sapere se bastassero ai pericoli. Andò avanti storditamente, ingenuamente: ma quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio Pallavicino: eppure capì che non avrebbe potuto indurre il Pellico a disonorevoli confessioni, ma non capì (e questo è strano) che il Pellico era già ravveduto e non più pericoloso.
Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe più potuto tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell’Arrivabene, ma colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto più riprendere la penna con cui scrisse la Francesca e l’Eufemio. Non avrebbe abiurato in pubblico, ma di dentro l’abiura era già fatta. Egli era già degno della pensione che Carlo Alberto gli largì quando non attendeva ancora il suo astro.