Oramai la fama del Pellico non vive che per le Prigioni. Il suo miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il libro vissuto; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta l’importanza. Non voleva mostrare altro che si può essere religioso senza servilità, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non era suo intento l’intenerire l’Europa sulle sciagure degli italiani condannati. Lo strale passò il segno cui egli lo aveva diretto, tanto che l’Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del volume.
Che Le mie prigioni non siano scritte con un intento politico, ma religioso, è troppo chiaro perchè bisogni dimostrarlo. Bastano le disapprovazioni di Silvio alle Addizioni del Maroncelli, e il poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. Le Addizioni provano che il Pellico attenuò la verità, specialmente per quel che riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l’ultimo volume delle Memorie d’oltre tomba dello Châteaubriand ci mostra la vera Zanze. Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di menzogna, non può tenersi dal dire: «Io ritengo dunque che la Zanze delle Mie prigioni sia la Zanze secondo le Muse, e quella di questa apologia la Zanze secondo la storia». Ora le attenuazioni e gli abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si vede che tale era la tesi del libro. Che se invece le Prigioni ebbero un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell’autore.
Tutto a quei tempi poteva parere un’arma contro ai dominatori, e quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco a trovare nel libro del Pellico l’intenzione di descrivere i martirii de’ patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma è tanto vero che ciò fu fatto lontanissimo da’ suoi propositi, che il libro, come ripeto, è caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c’era un intento patrio, non muoiono e non morranno.
La fama del Pellico venne appunto di là dove egli non la voleva. Il libro durò finchè a dispetto dell’autore fu rivoluzionario. Quando divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell’efficacia della divozione nell’alleggerire i mali, cominciò a declinare. Una fama così artificiale ha durato più del credibile in causa delle sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano, quella fama impallidisce e sfuma, poichè le manca il sale dell’arte, quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall’oblio.
Infatti, oramai si può dire senza incorrere nella taccia di presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste versificatore; di rado si innalzò fino alla mediocrità. Ebbe un momento di ispirazione a’ tempi del suo carbonarismo annacquato, allorchè il calorico dell’ambiente in cui viveva scaldò il suo frigido ingegno fino all’eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non capì nemmeno quale fosse la nota che trascina all’applauso in quella tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della maniera. I due ultimi atti dell’Eufemio da Messina, pensati e scritti poco dopo alla Francesca, non sono che la esagerazione dell’eretismo artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon successo; non sono che un cumulo di atrocità grottesche e paralitiche, che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il cuore tenero in quell’età dell’oro della tragedia, quando Atreo, Medea e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re. Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave dell’amicizia nell’occhio quando lo proclamò il primo drammaturgo d’Italia. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa. Non c’è bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrità delle sorelle di Francesca. Chi non sorride a metà del Tommaso Moro? Chi non sonnecchia alla fine?
Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza le Cantiche, efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo, come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d’essere, così come azione che come reazione. Ma è bravo chi può capire il perchè del romanticismo delle Cantiche! Servirsene come mezzo era giusto; tenerlo come fine è ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria, ci sono questi poveri di spirito che cambiano l’istrumento col lavoro da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la spada per pavoneggiarsene e non per servirsene. Ora il Pellico fu appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda, la superficialità del vestito e del gergo. Cantò trovatori e castelli, perchè prima si cantavano eroi e templi: vestì i suoi cavalieri di elmetti e pose mano al liuto senza saperne il perchè, come prima gli ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel rimasero suggellati. Ma nel Carmagnola e nell’Adelchi c’è un po’ più che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo che non è più il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perchè. Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non è ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica? Gli mancò il giudizio per capire la ridicolezza de’ suoi trovatori: gli mancò l’ingegno per farli almeno cantar bene.
E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.
Per mostrare quanto siano al disotto della più meschina mediocrità, basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte. Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.
Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.
Povero Pellico! Chi più sventurato di lui? In vita soffrì il martirio, e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano più che non paresse.