«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè Garibaldi si dimettesse.

«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare il Rubicone (nota bene, d’accordo con Fanti ed altri) qualora fosse scoppiata insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente. Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’ più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà? D’Azeglio fu quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto la tenda; ma il resto?

Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono un prezioso complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii, che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle di Felice Orsini sino alle Memorie del Settembrini, sono una parte della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente. Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario, anzi lo completa e lo illustra.

Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti, e ne abbiamo bisogno.


MÉRIMÉE A PANIZZI


Vorrei andare all’esposizione di Milano; ma poichè per farlo ci vogliono dei quattrini, m’ingegno e traduco per l’editore Zanichelli le lettere del Mérimée al Panizzi; e per fare la debita réclame all’editore, annuncio che il primo volume verrà alla luce nei primi del mese prossimo.