Sono lettere curiosissime. Il Mérimée, che visse nell’intimità della famiglia imperiale ed era in caso di conoscere bene tutti i segreti che il volgo dei cortigiani ignora, scrivendo all’amico suo Panizzi con tutta confidenza, con quell’estro francese che, come certe salse, fa trovar buoni anche i cibi che non lo sono, e parla della storia contemporanea nel modo con cui l’intendevano i pezzi grossi del secondo impero.
Una cosa però mi ha colpito. Il Mérimée era un artista di gusto finissimo, e Colomba, il Teatro di Clara Gazul, le novelle squisite, piccole e preziose come gioielli, ne fanno fede. Ebbene, quando parla e giudica dalle cose che accadono, non è altro che un filisteo e parla come uno di quei droghieri che egli disprezza superbamente. È un droghiere volterriano che motteggia sul papa, sui cardinali e sulla Madonna, ed ha una paura convulsa e biliosa di tutto quello che da vicino o da lontano rassomiglia alla rivoluzione.
Tutto gli fa paura, e Garibaldi lo spaventa orribilmente. Ogni passo del generale eccita i nervi del povero borghese mal diventato artista, che prorompe in ingiurie che il povero traduttore sua malgrado deve pur lasciare tali e quali.
È un buon chauvin ed anche un po’ gascon. L’esercito francese è per lui invincibile come Achille, e l’imperatore il migliore dei generali possibili ed impossibili; ma il più lontano pericolo di guerra gli dà i brividi, come se avesse un negozio di candele esposte ai ribassi della piazza; e mentre fa eccellenti augurii per l’unità, l’indipendenza e la libertà d’Italia, si raccomanda con le mani in croce e per l’amor di Dio, che si stia bonini, che non si faccia rumore, che si lasci stare ogni cosa per paura che la Francia si trovi impegnata in una nuova guerra. Il papa e la Chiesa eccitano i suoi frizzi irriverenti; ma quando egli spera che cessi l’occupazione di Roma, non lo spera tanto per veder crollare la baracca pontificia, quanto perchè cessi un pericolo di complicazioni possibili.
E negli stessi frizzi contro al pontefice c’è un poco quella ostentazione d’irreligiosità, che sembra piuttosto venire da una smania di parere uno spirito forte e bizzarro, che dalla intima convinzione. Il Mérimée morì improvvisamente, ma se fosse morto adagio adagio potrebbe anche darsi che fosse spirato con tutti i conforti della religione e il prete al capezzale.
In fondo non c’è altro che quell’epicureismo piccino e pauroso che distingue gli scrittori imperialisti da quelli dell’opposizione. Anzi, due soli furono gli scrittori del secondo impero che aderirono alla fortuna dei napoleonidi: il Mérimée ed il Sainte-Beuve, senatori ed epicurei tutti e due, irreligiosi e conservatori tutti e due. Il Mérimée, più delicato nei suoi gusti, è anche un po’ più ristretto nelle idee; il Sainte-Beuve, più grossolano nel vivere e nel godere, è più critico invece, e meno nicchio nella vita intellettuale. L’uno ama i piccoli e delicati godimenti, le novelle di poche pagine finissimamente lavorate, il frizzo di poche parole che sfiora la pelle ma non ferisce; l’altro invece si tuffa nei piaceri volgari, in una intera appendice, cercando prove, confronti, testimonianze. Artisti tutti e due, epicurei, borghesi, imperialisti, volterriani, sono le uniche glorie letterarie che il secondo impero possa vantare; e le vanta forse soltanto per questo, che dall’epicureismo al cinismo c’è poca strada, e quando si trovano dei caratteri tali, non ci vuol molto a tirarseli dietro.
Comunque sia, il Mérimée non cessa di essere un artista eccellente, ed uno dei più arguti scrittori di questo tempo, anche in queste lettere, buttate giù spessissimo in tanta fretta che ricordano la scucitura di un discorso famigliare fatto accanto al fuoco con un bicchiere di buon vino accanto. È che il Mérimée, se aveva il carattere da borghese, aveva però l’ingegno d’artista; e l’ingegno molte volte nelle cose scritte riesce a velare il carattere, come talvolta nella vita riesce a modificarlo. S’aggiunga poi, che quel volterianismo tra lo scettico e il cinico, e quella tendenza frondéuse che un po’ più un po’ meno hanno nel sangue tutti i francesi, qualche volta lo muovono a certe aspirazioni di indipendenza, a una specie di opposizione contenuta, curiosissime a notarsi.
Del resto, sotto il governo personale ed assoluto di Napoleone III, questi scatti di opposizione erano inevitabili anche nei più profondamente affezionati alla dinastia. In verità si soffocava: solo quando non si poteva tirare il fiato, si dava la colpa ai ministri, come se essi non fossero altro che gli strumenti ciechi nelle mani di Cesare. Il quale tanto voleva assorbire tutto nella sua volontà, che il congegno stabilito di governo non gli bastava, ed aveva bisogno di un’azione personale e secreta al di fuori dei modi ufficiali, ed aveva una polizia ed una diplomazia fuori del governo. Lo testimoniano queste lettere, che spesso sono dispacci diplomatici di Napoleone a Gladstone passati per gli intermediarii Mérimée e Panizzi. E il Mérimée per amore alla dinastia che lo beneficava, e il Panizzi per amore antico alla causa italiana, si prestavano volentieri a questo ufficio, non dirò di portalettere, ma di portaidee.
Certo non è come un epistolario scritto in senso democratico. Tutt’altro! La democrazia e gli uomini suoi principali vi sono trattati come cani. Ma le ingiurie di un morto non feriscono più, ed il guadagno che fa la storia contemporanea in queste pubblicazioni è tanto grande, che ci sarebbe piuttosto da augurarsi che piovessero fitte più che non facciano i romanzi scimuniti che imbestialiscono i lettori delle appendici de’ giornali.
Chi approva, alzi la mano.