Il velo delle iniziali e dei puntini col quale gli editori vollero coprire le narrazioni del Mérimée, è troppo trasparente; il senatore, l’intimo amico della imperatrice, lascia trapelare il suo odio e il suo disprezzo per simili azioni, e narra con compiacenza un aneddoto sboccato, una insolenza triviale detta da un maresciallo alla compiacente ministressa.

Davvero pare che in Corte si stesse un po’ troppo allegri, poichè quel Mérimée che narra di aver preso parte, nel dì della festa dell’imperatrice, ad una sciarada un po’ troppo scollacciata, si lagna poi che i padroni di casa lascino fare un po’ più di quel che richieda il decoro perchè i giovani si divertano. Ho letto, non so dove, che una signorina d’illustre famiglia, dovendo recitare sul teatrino di Corte, diceva: «La commedia è noiosa, ma noi mostreremo le gambe e si divertiranno». E questa frase dipinge a pennello la Corte del secondo impero, dove l’arbiter elegantiarum era quel duca di Morny eccellentissimo in tutti i vizi e tutte le birberie.

Questo epistolario rincara la dose e chiuderà la bocca ai postumi campioni del vizio elegante e del regno delle sottane troppo corte.

Certo la polemica clandestina di quei tempi esagerò le cose e volle far parere un Tiberio o un Nerone colui che non aveva nè le grandi qualità nè i grandi vizi di quei successori di Cesare.

Il muto imperatore nascondeva spesso, sotto un’apparente concentrazione di pensiero, sotto uno studio di serietà silenziosa, una vacuità di mente che negli ultimi tempi non era più un mistero per nessuno. Lungi dalle robuste galanterie di Vittorio Emanuele che poco più chiedeva all’altro sesso delle soddisfazioni fisiche, l’imperatore nervoso, debole, floscio, cadeva facilmente sotto l’impero delle donne. Gli amori di Vittorio Emanuele avranno fatto, tutt’al più, nominare qualche impiegatuccio o qualche usciere; ma gli amori di Napoleone III facevano nominare i ministri. Quando Luigi XIV cadde sotto il dominio delle donne, il gran regno volse a precipitosa rovina.

Non già che io creda che la donna in genere abbia una triste influenza sulla politica. Credo invece che le donne viziose, che arrivano a dominare appunto in causa dei vizi, siano la rovina delle rovine per gli Stati. Confesso di non essere stitico in simili cose, ma credo fermamente che le bagasce, o siano plebee come la Dubarry, o divote come la Maintenon, o nobili come la Montespan, avrebbero a esser bollate colla loro brava patente. Rivediamo pure le leggi sulla prostituzione, ma anche contro queste eccellentissime signore.

Un punto curioso dell’epistolario è là dove il Mérimée (nel secondo volume) descrive le cordiali accoglienze fatte in corte al Bismarck, le simpatie che ei seppe destare, tanto che tutti e lo stesso Mérimée lo ammiravano e lo amavano. A poco a poco, nelle seguenti lettere, l’entusiasmo si raffredda e finisce coll’odio cieco del 1870. Allora tutte le illusioni del secondo impero spariscono dolorosamente. La dinastia, il governo, l’esercito, tutto quel che brillava il dì prima di tanta luce, si spegne ad un tratto, lasciando un odore non grato come un fuoco artificiale. E artificiale era tutto, fino l’entusiasmo! Proprio quello fu l’impero della bugia.

Venne l’espiazione, poi la redenzione. Quante cose vedemmo noi e quante ne vedranno i nostri figli!