PANDOLFO COLLENUCCIO


Non è una monografia estesa ed analitica quella che il signor Carlo Cinelli ha stampato in Pesaro presso il Federici, intorno al Collenuccio: ma piuttosto un compendio, dove sono specialmente curate le cose che riguardano la storia cittadina. Tuttavia non mancano le notizie importanti ed i documenti nuovi o rarissimi, che sono oggi indispensabili a chi vuole scrivere di storia. La smania dell’inedito si è impadronita di tutti gli scrittori e, a dir vero, non si saprebbero trovare ragioni per biasimarla, visto i vantaggi grandi che ha fruttato ne’ campi della storia; e per questo il Cinelli rovistò nella biblioteca Oliveriana pesarese, negli archivi bolognesi, estensi, fiorentini e veneti ed altrove: del che gli va tenuto buon conto.

Se c’è un argomento che possa tentare uno dei mille scrittori di monografie moderni, certo è la vita del Collenuccio, che dal 1444 al 1504 fu mescolato alle agitazioni italiane come uomo politico, e fu in contatto cogli illustri del Rinascimento come letterato. Egli appartenne a quella generazione piena di attività febbrile, che un frenologo avrebbe giudicata sviluppatissima nell’organo della combattività. Nel secolo XV tutti combattono, ed i letterati stessi furono dal Nisard battezzati gladiatori letterari. Quel che i condottieri fanno, lo fanno anche gli umanisti; e lo Sforza, Braccio da Montone, Gattamelata e il resto portano per le campagne italiane le violenze, le brutalità che il Valla, il Filelfo, il Poggio portavano nelle dispute letterarie. L’umanista pare che prima di trovare un argomento cercasse un nemico, proprio come il condottiero cercava un paese dove si combattesse.

Eppure quanta vitalità in questa era di battaglia! Sembra che l’energia, compressa nel medio evo dalla religione e dalla barbarie, si sfoghi ad un tratto e scoppi violenta dappertutto. La cerchia del piccolo comune chiusa agli estranei si allarga, ed i signorotti preludono alla formazione di maggiori Stati. La cerchia delle piccole cognizioni scolastiche è infranta, e la sete insaziabile di sapere spinge gli umanisti a tentare nuove vie, a imparare, idiomi nuovi, a cercare in Platone un avversario ad Aristotele, nel paganesimo dei costumi e della coltura una consolazione alle frigidità, alle tirannie di un cattolicismo secco, intollerante, oppressivo. La coltura avidamente cercata minaccia l’ortodossia che regna per l’ignoranza, e non è lontano il tempo che la chiesa dovrà respingerla da sè come velenosa e lasciarla emigrare con Erasmo o maledirla con gli Etienne, per martirizzarla poi in Galileo o bruciarla in Giordano Bruno. Nasce un nuovo ordine di cose.

Ma il Collenuccio se appartiene alla focosa schiera degli eruditi battaglieri e dei collerici polemisti, se si gettò nella mischia colla Defensio Pliniana contro al Leoniceno, fu però distratto da altre cure. Discepolo del celebre giurista Cipolla, se le lettere debbono dargli la fama, la legge deve dargli il pane, e lo vediamo giudice a Bologna, vicario generale di Costanzo Sforza in Pesaro, podestà di Firenze e di Mantova, consigliere ed ambasciatore del duca di Ferrara. A dirla crudamente, egli faceva il mestiere; anzi si mostrava più sollecito del guadagno che ad un filosofo non convenisse. Certo a Firenze dovette compiacersi dell’amicizia degli illustri cortigiani del Magnifico, e ci restano testimonianze della sua intrinsichezza col Poliziano; ma la carica che teneva non gli concesse senza dubbio di darsi tutto a quell’entusiasmo di erudizione e di filosofismo che negli orti Oricellari celebrava i parentali di Platone, odorando un poco di eresia come l’academia romana di Pomponio Leto. Giureconsulto girovago, gli accadeva quel che accade ai nostri giudici inamovibili, i quali, arrivati in una città, nuova per loro, sono accolti festosamente in tutte le riunioni, in tutti i clubs, in tutti i caffè, ma rimangono sempre cittadini di un’altra città, forestieri e fuori dell’intimità famigliare dei giudicabili. Era un prefetto accetto ed accarezzato, ma era sempre un prefetto che non vive la vita degli amministrati.

Il Collenuccio doveva essere punito proprio là dove aveva peccato. Una lite, nella quale egli difendeva con avara tenacità gli interessi suoi, lo trasse a compromettere anche Giovanni Sforza, signore di Pesaro; il quale, abusando della sua autorità, fece mettere il povero giurista in una oscura prigione, dove dopo diciotto mesi, lo venne a cercare l’intercessione di Ercole Bentivoglio che gli valse la libertà. Di qui l’odio tra lo Sforza e il Collenuccio.

Il figlio di papa Alessandro VI, quel duca Valentino nel quale non si può sapere se prevalesse la bollente energia o la fredda malvagità, cominciò la sua impresa di Romagna, preludio, secondo il Machiavelli, all’impresa d’Italia. Per poco le idee unitarie del bastardo del papa non divennero realtà e il Cesare fratricida non divenne il fondatore di una dinastia italiana. Ma i delitti stessi che spianarono la conquista del nuovo ducato al Valentino, allontanarono da noi l’onta di una gloriosa dinastia di Borgia che sarebbe ora lealmente costituzionale, adorata dai cortigiani di mestiere e di vocazione, glorificata dai giornali e dai giornalisti come la salute della nazione, come l’arca dell’alleanza, come l’evangelio vivo del bene inseparabile. Intanto il Valentino procedeva conquistando facilmente le città stanche delle tirannie dei piccoli signori e certe che ogni cambiamento sarebbe sempre stato in meglio. Anche Pesaro sentiva troppo il peso del governo sforzesco, e temeva che le ire del Borgia contro l’antico cognato non si riversassero sulla città innocente. Lo Sforza, marito già di Lucrezia e sciolto per forza dai legami coniugali sotto il pretesto di una impotenza che non gli impedì di aver figli con altre donne (che bell’argomento in favore del divorzio!) minacciato più direttamente e più implacabilmente dall’ira papale, cercò per un momento di difendersi, ma il terreno gli mancò sotto.