L’aristocrazia pesarese, offesa spesso dal signore, il popolo tenuto fermo sotto la sua prepotenza, aspettavano nel Valentino il nuovo dominatore. Il Collenuccio scrisse un memoriale contro il vecchio tiranno, augurando il nuovo, e, senza dimenticare i propri interessi privati, portava all’invasore l’appoggio della sua discreta penna d’umanista e la sua autorità d’ambasciatore del duca di Ferrara. Lo Sforza intanto fuggiva, recando seco un tesoro di odii insoddisfatti, di umiliazioni da vendicare, che un giorno dovevano trovar sfogo, e il Borgia s’impadroniva di Pesaro senza colpo ferire.

Pochi mesi dopo, il ducato di Romagna era costituito in favore del bastardo del papa.

L’Alvisi, in un libro che avrebbe destato gli entusiasmi italiani se fosse stato scritto da uno straniero, ma che ha ottenuto gli elogi dagli stranieri e l’indifferenza nostra perchè scritto da un italiano, ci ha fatto conoscere la storia del governo del nuovo ducato. Il Borgia fu un ottimo sovrano, per quanto i tempi lo comportavano, e gli studi del Cinelli concordano colla esposizione dell’Alvisi. La possibile dinastia Borgia avrebbe avuto forse un peccato originale incancellabile, ma, sino dagli esordi, una tradizione di buon governo da far sdilinquire nella più melliflua ammirazione i giornalisti ufficiali ed i ministri dei Cesari venturi. Ma quella Provvidenza che nelle storie del Massari governa, Deus ex machina, gli eventi italiani, guastò il bel disegno, e il duca di Romagna, alla morte del pontefice padre, perdette il ducato e il resto. I principi spodestati con poca fatica riacquistarono i dominî perduti, ed ebbero agio di vendicarsi.

Tra questi lo Sforza, ma il Collenuccio era al sicuro. Ci volle tutta l’ingenuità del povero giurista e tutta la perfidia del tirannello feroce, perchè lo scrittore del memoriale al Valentino si mettesse fra le ugne dello Sforzesco. Ci volle l’avara avidità dell’umanista per cadere in un tranello troppo facile ad essere evitato. L’antica lite fece tornare il Collenuccio a Pesaro, assicurato dalle promesse del principe, che non appena lo ebbe in mano lo fece strozzare.

Così morì il giureconsulto di ventura, il letterato di occasione che non seppe resistere all’esca della ricchezza e non seppe dubitare della furberia dei tiranni ammaestrati a loro spese dal Valentino. Il suo testamento, scritto alla presenza del carnefice, può commuoverci, ma non può mutare il nostro giudizio. Solo può farci desiderare che il Cinelli rifaccia quel che il Tratt non fece benissimo, e che questo saggio municipale diventi uno studio più ampio e più completo intorno ad un uomo e ad un periodo isterico degni di opera più larga e più profonda.


MARCO FOSCARINI