TORQUATO TASSO


Nella storia dello svolgimento intellettuale dei popoli, non meno che nella storia de’ fatti, s’incontrano uomini che riassumono interamente in sè tutto un momento dell’evoluzione. A questi esseri privilegiati noi diamo ora il nome di geni e speso sogliamo chiamare tutto un periodo di tempo col loro nome. Esso infatti lo riempirono della loro vitalità, gli impressero il loro suggello e si mostrarono il tipo più completo e perfetto di ciò che poteva produrre il clima storico in cui fiorirono.

Torquato Tasso rappresenta evidentemente il tramonto del Rinascimento, la fine di un secolo di gloria e l’avvento di un secolo di pazzia letteraria. Egli è il tipo più squisito di quella maturità di una generazione d’ingegni cui tarda poco a seguire la putrefazione. Fate conto che la fine del secolo XVI sia come un banchetto di allegri gentiluomi sul punto di terminare. I convitati hanno già quell’esaltazione che precede l’ebbrezza, quella facondia elegante e concitata che ingrandisce le minuzie, dispone alla discussione calda ma poco utile, e mostra che l’equilibrio del cervello comincia a pericolare per troppa tensione. La ricca ma vuota eleganza del Cinquecento sta per cadere nelle follie del barocco, appunto come il genio del Tasso sta per cadere nella lipemania.

Bernardo Tasso (n. 1493; m. 1569) padre di Torquato, fu letterato di gran conto, e la sua fama sarebbe forse maggiore se la gloria del figlio non avesse eclissata la sua. Cortigiano nel senso migliore della parola, come allora s’intendevano i gentiluomini e ne scriveva il Castiglione, servì Guido Rangone, Renata d’Este e Ferrante Sanseverino principe di Salerno. Caduto quest’ultimo in disgrazia di Carlo V, Bernardo esulò, fu in Francia e, ritornato, i duchi d’Urbino e di Mantova si servirono di lui. Morì governatore di Ostiglia.

Torquato nacque (1544) in un momento di calma per l’agitata vita di Bernardo; nacque a Sorrento tra le magnifiche più splendide della natura, in primavera, frutto di un amore vivisimo ed invidibile. Tutto gli sorrideva dalla culla e nessuno avrebbe profetato al felice bimbo una delle esistenze più travagliate che si possono trascinare al mondo. Vissuto colla madre sino ai dieci anni non potè comprendere quanto vi fosse di doloroso nell’assenza del padre allora esule: nè certo l’istruzione che riceveva da’ gesuiti doveva turbar molto la serenità di una infanzia fortunata.

Ma a dieci anni gli convenne lasciare il dolce e tranquillo nido di Sorrento per recarsi a Roma presso al padre. Oramai pel povero Torquato non spunterà più una giornata di calma come quelle che gli sorrisero sotto gli aranci fioriti e in faccia alla marina azzurra del suo luogo natìo. Porzia de’ Rossi, la madre amantissima che fino a quel giorno era stata il suo buon angelo, lo salutò piangendo e, presaga in cuor suo di non dover più rivedere nè il marito, nè il figlio, si ritirò in un convento a piangere e ad aspettare la morte. Da quel giorno cominciò la sventura a pesare sopra Torquato. Gli mancò la felicità dal giorno in cui gli mancò il sorriso materno.

Seguì il padre nelle sue peregrinazioni, da Roma a Bergamo, a Urbino, a Pesaro, a Venezia. In questa ultima città, dove allora venivano alla luce i tre quarti dei libri che si stampavano in Italia e dove per questo convenivano gli uomini più colti di tutta la penisola, Bernardo Tasso dava alla luce il suo Amadigi e si faceva aiutare dal figlio a copiare ed a correggere. L’ambiente e le occupazioni svilupparono ben presto in Torquato l’amore alla poesia ma il padre, che dalle Muse non aveva cavato altro frutto che di dolori, contrastò alla vocazione del figlio e lo mandò a Padova a studiare giurisprudenza. Torquato ubbidiente andò, e dopo un anno aveva fatto... un poema epico.

Il padre prima si adirò di questa non rispondenza del figlio ai propri desidèri; poi compiacendosi dell’ingegno che del poema traluceva e sapendo per prova che il mal di poesia una volta contratto non si guarisce più, perdonò e lasciò stampare il Rinaldo.

Da Padova Torquato andò a Bologna, di dove partì ben tosto per dispiaceri avuti in seguito ad una satira che gli fu attribuita. Tornato a Padova, si diede a studi di filosofia e concepì l’idea di cantare le crociate. Il Goffredo, aurora della Gerusalemme, data da quel tempo. Ben presto però il cardinal d’Este, cui egli aveva dedicato il Rinaldo, lo chiamò a Ferrara, gentiluomo della sua Corte.