Giovane di ventun anno, bello d’aspetto, piacevole e veramente gentiluomo negli atti e nel discorso, già in bella fama di poeta, Torquato si trovò in una delle più splendide Corti d’Italia, in un ambiente propizio alle lettere ed alla decorosa calma che si conviene agli studi. Invece egli trovò in quella Corte la sua gloria, se si vuole, ma anche la sua sventura.
Al tempo di Alfonso II la magnificenza della Corte di Ferrara era veramente meravigliosa. Il solo cardinale Luigi aveva un seguito di cinquecento gentiluomini. Le feste succedevano alle feste, gli studi erano incoraggiati dal duca e le poesie e gli amori dalle belle donne. Ferrara conserva ancora, per quanto scaduta, il tipo delle sue belle gentildonne del Cinquecento, dalla opulenta leggiadria veneziana, un po’ molle come in tutte le razze che vivono in climi umidi e tiepidi, ma meno languida. Le splendide gentildonne che portavano meravigliosamente nomi gloriosi e beltà superbe, sorridevano volentieri al poeta gentiluomo anche esso, nè reputavano che un omaggio di poesia macchiasse i blasoni storici o le vesti di broccato d’oro. Del resto i costumi assai facili in quel secolo erano facilissimi in quella Corte, e solo si chiedeva ai fortunati la discrezione. Indarno già in Ferrara Lucrezia Borgia aveva portato la severità della convertita, e Renata la rigidezza ugonotta. Che fare in una Corte ricca, oziosa e raffinata, se non amare?
Le belle gentildonne come Claudia Rangoni, le duchesse di Scandiano, di Sala e di Lodrone, Livia d’Arco, Tarquinia Molza, Leonora Sanvitale e molte altre si contendevano la palma della leggiadria, ed il poeta si trovava come nell’incantato giardino di Armida. Egli filosofava d’amore nell’accademia ferrarese, scriveva per sè e per gli altri sonetti d’amore, viveva insomma in un’atmosfera satura d’amore e propizia alle ebbrezze dei sensi ed alla sovraeccitazione degli affetti. Amò Lucrezia Bendidio, amò Laura Peperara, amò forse anche qualche bella cameriera di Corte (che non disdegno signoria d’ancella), finchè in questa tensione, in questo caldo che lo struggeva, osò levare in alto occhi fino alle sorelle del duca, Lucrezia ed Eleonora. Un mistero copre ancora questi amori, che non si sa quanto fossero o fin dove corrisposti. Pare tuttavia che egli le corteggiasse tutte e due; che la maggiore, Lucrezia, che poi andò sposa al duca d’Urbino, lo amasse; e che la minore, Eleonora, la Sofronia
Vergin... di già matura
Verginità, d’alti pensieri e regi,
D’alta beltà...
si lasciasse corteggiare per sventura del poeta, ma non corrispondesse al suo affetto.
In questo stato d’animo il poeta pose mano al poema immortale, alla Gerusalemme.
Oramai in Italia ogni tentativo di resistenza al cattolicismo romano era scomparso. Renata d’Este non aveva lasciato nessun neofito a Ferrara, e Barbara, la moglie del duca Alfonso, favoreggiava i gesuiti. Il romanesimo aveva vinto, e non c’era più alcuno che non piegasse il collo al giogo del Concilio di Trento. Anzi una specie di entusiasmo religioso effimero in fondo, ma vivissimo sotto l’impressione del pericolo, si era destato dopo la battaglia di Lepanto. Il Tasso era cattolicissimo, che tanto la sua intransigenza religiosa aveva suscitato difficoltà alla missione del cardinale d’Este in Francia, ed era stato costretto a ritornare a Ferrara. «Torquato, dice il Lamartine, era sinceramente e teneramente religioso, e si sentiva spinto verso quel soggetto non solo dalla musa, ma anche dalla pietà. Egli era il crociato del genio poetico che aspirava a raggiungere, colla gloria e la santità dei suoi canti, i crociati della lancia ch’egli voleva celebrare. I nomi di tutte le famiglie nobili e sovrane di occidente dovevano rivivere in questo catalogo epico delle loro prodezze e meritare all’autore la riconoscenza ed il favore dei castelli e delle Corti. Le crociate erano il nobiliario dell’Europa, ed il poeta si faceva l’arbitro ed il dispensatore dell’immortalità ai discendenti delle vecchie famiglie... Finalmente il poeta era nel tempo stesso cavaliere ed un nobile sangue gli scorreva nelle vene. Celebrare gesta guerresche gli pareva unire il nome suo a quello degli eroi che le avevano compite sui campi di battaglia, e la religione, la cavalleria, la poesia, la gloria del cielo, quella della terra e della posterità si univano per consigliargli quell’opera».
Il poema cristiano per eccellenza era ormai condotto al fine quando il Tasso fece l’Aminta. La favola boschereccia, l’idillio un po’ artificioso, ma fresco e tranquillo, nacque accanto alla severa epopea. Molti furono gli imitatori dell’Aminta, ma nessuno raggiunse la splendida serenità dell’originale. Lo stesso Pastor Fido del Guarini, sia composto a competizione coll’Aminta, o sia opera precedente e scevra d’imitazione come pare voglia l’autore, se in molti luoghi vince di forza e di efficacia la favola del Tasso, è però troppo tronfia e barocca per poterle contendere il vanto. Il tempo in cui l’Aminta fu composta e venne alla luce segna il più alto e più felice punto della fortuna del Tasso. Di poi ruinò di sventura in sventura.
Finita la Gerusalemme, prima di stamparla volle sottoporla al giudizio altrui. Cattolico fervente e convinto, benchè lo studio della filosofia gli avesse lasciato addosso un po’ di quel platonismo, male cristiano, in cui vissero e scrissero il Ficino e Pico della Mirandola, era tormentato da dubbi di coscienza, da scrupoli di ortodossia delicatissimi. Ora, in quel tempo di reazione contro la Riforma, quando i gesuiti e l’inquisizione si contendevano il dominio delle coscienze, l’intolleranza de’ giudizi ecclesiastici era cieca e importuna sino al ridicolo. Silvio Antoniano, uno dei giudici invocati dal Tasso, dichiarava che l’autore non doveva mirare a piacere ai cavalieri, ma ai frati. Di qui tormenti intimi e terribili nell’anima del povero poeta, finchè il poema cominciò ad uscire alla luce abusivamente, preso da copie manoscritte che già circolavano. Se ne dolse senza frutto il poeta; protestò il duca colla stessa energia con cui avrebbe protestato se gli avessero invaso gli Stati; ma oramai il poema era di pubblico dominio.