L’irritabilità del poeta si accrebbe e la sua stessa condotta cominciò a dar segni di mutamento. Sensibilissimo alla critica, tanto che pochi come lui hanno perduto tanto tempo nella polemica, soffriva delle contrarietà che l’invidia gli sollevava contro, e appunto allora la malignità dei cortigiani offuscati dal suo splendore lo prese a bersaglio. Sia che gli amori più o meno platonici colle sorelle del duca, sia che un suo tentativo di lasciare la Corte di Ferrara per quella dei Medici gli alienasse l’animo d’Alfonso, il fatto è che s’accorse ben presto d’essere in disgrazia, e i suoi nemici trionfanti glielo facevano amaramente sentire. Il suo carattere si alterò. Divenne cupo e violento. Schiaffeggiò in pubblico un amico infedele, il quale per vendicarsi dell’oltraggio cercò di farlo assassinare. Il saper pubblicato il suo poema senza le correzioni che avrebbe voluto farvi nell’interesse dell’ortodossia, ridestò i suoi scrupoli, e si credette scomunicato e dannato. Insomma la sua ragione diede un crollo, fu preso dal delirio della persecuzione, ed un giorno, nell’appartamento di Lucrezia, s’immaginò che un servo fosse un nemico e trasse il pugnale per ucciderlo. Fu chiuso in un annesso del palazzo ducale in via di precauzione.

Scrisse al duca domandando perdono e fu liberato. Partì per la campagna, tornò, tormentò di nuovo il duca colle sue lettere di lipemaniaco, fu rinchiuso nel convento di San Francesco di dove fuggì di notte senza denaro e quasi senza vesti. Si recò povero, malato, perseguitato, a Sorrento dalla sorella Cornelia, dove guarirono le infermità del corpo, ma non quelle della mente.

Impetrato di nuovo perdono dal duca, tornò a Ferrara; ma poichè gli parve che Alfonso fosse raffreddato verso di lui, fuggì di nuovo ed errò per l’Italia superiore finchè lacero e cadente giunse a Torino. Ivi si fermò alquanto, ma, attratto dalla sua rovina come coloro che affacciandosi a un precipizio si sentono tratti a gettarvisi dentro, tornò a Ferrara.

La prima volta era entrato nella città e nella Corte degli Estensi quando il duca Alfonso sposava Barbara, figlia dell’imperatore Ferdinando. Vi tornava ora l’ultima volta, e vi tornava in mezzo alle feste magnifiche per le seconde nozze del duca con Margherita Gonzaga. Ma quale differenza! Egli non era più il giovane bello, pieno di speranze, d’ingegno, cercato e accarezzato dalle dame e dai gentiluomini.

Tutti invece ora lo sfuggivano come un lebbroso, sorridevano di lui e lo additavano allo scherno pubblico. Il duca, le sue sorelle, tutta la Corte gli fecero sentire che egli non era più il Tasso di una volta. Irruppe in minaccie, in contumelie di delirante, diventò furibondo e fu chiuso nello spedale dei pazzi in Sant’Anna.

In un tempo non molto lontano, in cui la critica si faceva per simpatia e non per criteri positivi e scientifici, pareva eresia il credere che il Tasso fosse veramente maniaco. Si voleva vedere in lui la vittima o de’ suoi amori, o de’ suoi nemici.

La sua prigionia in Sant’Anna era messa a debito della tirannia di Alfonso, ed una pietosa leggenda s’era formata, per la quale il Tasso non era che un martire. Ma queste sentimentalità romantiche sbagliatissime, poichè la fama del poeta non è sminuita in nulla dalla sua malattia, hanno ceduto alle indagini scientifiche, ed i medici lo dichiarano affetto di lipemania. Il Giacomazzi, il Verga, il Cardona, il Corradi convengono in questo e ne desumono le prove dalla vita, dalle opere e specialmente dalle lettere del poeta. Lo stesso Girolami ed il Rothe, benchè cerchino di attenuare l’entità del male, pure convengono nell’ammetterlo: che anzi, oramai è provata anche l’influenza dell’eredità sullo stato morboso di Torquato, poichè è noto che la madre fu oltremodo sensibile ed eccitabile, mentre il padre in varie circostanze della vita offrì accessi ben caratterizzati di melancolia.

Oramai tutti ne convengono, anche i critici, come recentemente il De Sanctis, il D’Ovidio, il Canello; e ad ogni modo è facile vedere nelle sue opere come le grandi qualità della mente siano annebbiate da una forma morbosa, da cui vengono le sue stravaganze, le sue aberrazioni, le sue sventure. Egli stesso chiama la sua vita inesplicabile, e l’epistolario testimonia la contraddizione perpetua, l’eccitazione morbosa del suo pensiero. Tuttavia la leggenda non è spenta, ed Alfonso, che ha ben altri conti da rendere alla storia, è chiamato anche a rispondere dei tormenti fatti subire al poeta. È giusto?

Ma il nome di Torquato era troppo chiaro perchè nessuno si commovesse alle sue sventure. Il papa, i duchi di Toscana, di Urbino e di Mantova intercedettero per lui, e dopo sette anni e due mesi di prigionia fu libero. Alfonso gli rifiutò l’udienza di congedo chiesta e desiderata ardentemente. Leonora era morta, Torquato Tasso usciva da Sant’Anna e da Ferrara, ombra di sè stesso, rovina di un genio immortale.

Fu a Mantova, errò per l’Italia di nuovo e riposò a Napoli nel convento di Monte Oliveto. Gli scrupoli religiosi lo avevano ripreso, e compose la Gerusalemme conquistata quasi ammenda della Liberata. Non cercava più che la compagnia di persone religiose e domandava la pace dell’anima esacerbata ed agitata al silenzio de’ chiostri. Infatti, quando per intercessione del cardinale Cinzio Aldobrandini, cui egli aveva dedicato la seconda Gerusalemme, fu chiamato a Roma dal pontefice per essere incoronato in Campidoglio, ricoverò al convento di Sant’Onofrio sul Gianicolo. Ivi, alla vigilia del suo trionfo, si spense, accettando la morte come una desiderata fine dei suoi lunghi dolori.