L’anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio: quest’anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste inaugurazioni siano un sintomo buono.
RABELAIS IN ITALIA
Pur troppo Francesco Rabelais è quasi sconosciuto in Italia. Gl’Inglesi hanno la traduzione dell’Urchard che è reputato il miglior lavoro possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave valsero a far conoscere l’originale anche a coloro che hanno poca famigliarità colla lingua francese del secolo XVI. I Tedeschi, oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di Gottlob Regis, molto più recente, e ricca di un lavoro pazientissimo di riproduzioni, varianti, confronti e note, che può parer pesante a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L’Olanda ha la traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per errore, chiama Gabitalo. L’Italia invece non solo non ha traduzione alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico IV, non ci è dato di rinvenire presso nessun autore il nome del Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglierò, ma fuori di queste parole:—Cominciò a voltare, quando la vita del francese Gargantuasso—che si trovano nelle Piacevoli et ridicolose facetie di M. Poncino della Torre, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia 46), non c’è da trovare altro. E forse questa allusione non è diretta all’opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli lavorò il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.
Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non è conosciuto in Italia? Certo l’Italia in passato ebbe, in argomento di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la Francia, che di importazione; commercio che ora è affatto invertito, per quanto l’Italia cominci lentamente a produrre del suo ed a guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua, di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non può spiegare questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all’Apulejo moderno. Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghi du nouveau langage françois italianizé ed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suo escolier Limousin qualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto. Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle letterature d’oltralpe, e più tardi, al tempo di Caterina de’ Medici, gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare nella Cosmografia del viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d’insalata pel suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu certo quello d’importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo, ci dice il Colletet, gli affidò importanti e delicatissimi affari; e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse nell’abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio 1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e frequentare illustre persone e colte società. Come dunque, dopo la fama a cui salì dappoi, nessuno a Roma si ricordò di lui, nessuno in Italia seppe il suo nome? Come mai, di uno dei più grandi scrittori di una principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle lingue del settentrione, ed è appunto presso i popoli del mezzodì, ai quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome è poco meno che sconosciuto?
Prima di tutto non è paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais coll’Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham giudeo, il quale dai vizi de’ religiosi argomentò la virtù della religione. Egli invece capì subito che cosa era questa ortodossia cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Capì la scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre alle obiezioni della Riforma, e l’arte machiavellica che moveva le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e i sovrani alla difesa dell’arca santa del diritto divino. Vide lo scadimento morale d’Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava appunto allora, e sentì fermentarsi dentro quel lievito di ribellione contro tutte le imbecillità degli umili e le bestialità dei grandi, col quale impastò poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro sentì il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla gerarchia civile, l’odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (Venite aposemus—Gargant., cap. 4), nemmeno le sacre carte (Et germinavit radix Iesse, capitolo 39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben tristi impressioni in Italia e nella società che gli toccò frequentare, dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l’ironico Rabelais di quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare un Ducato a Pier Luigi Farnese, la più oscena figura del suo secolo?
Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell’Italia d’allora, fece sì che le allusioni italiane che si trovano nel suo libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco benevole. Non parliamo di tutto ciò che riguarda la Chiesa e la sua gerarchia, poichè un terzo del libro si può dire che non riguardi ad altro. Soltanto, sfogliando qua e là il Gargantua, si può capir subito, come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero scrivendo l’Iliade e l’Odissea pensasse mai alle allegorie che da lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornuto et que d’iceux Politian a desrobé? Le cose del Giovio non erano ignote al Rabelais, ed è strano che volendo dir male del Poliziano non abbia riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone X, che cioè il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di Erodiano. Già il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta proprio in scuola, il che mostra che si riferisce alla prelezione e non alle Selve o più specialmente all’Ambra, come sembra credere il Del Lungo. Il Budé invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle sue annotazioni alle Pandette dell’opuscolo de Homero attribuito a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verità, ma non troppo galantuomo, non arrossì di saccheggiare quell’opuscolo e di darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un’altra accusa del Budé al Poliziano, quella cioè di aver saccheggiato i versi di incerto autore che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ciò nella lettera a Francesco Ursino. Certo però allude al Panepistemon allorchè lo accusa di aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi è questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama appunto Epistemon, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro del Poliziano.