Non è il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno a queste accuse, chiamandole turpissime ed accolte solo dal pessimo volgo. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili asserzioni, preferì di accettare ciecamente l’accusa del suo amico Budè, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.

E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro libro: Hypnerotomachia Poliphili, del domenicano A. Colonna; libro sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verità dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come autorità l’invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio. Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra gli Hurtebise, Fasquin, Tropditeux, Gualehaut, Jehan le Veu, de Billonio, Brelingandus et un tas d’autres, c’è anche un Passavantus cum commento che non può essere se non lo Speccio della vera penitenza stampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere la notissima Epistola m. Benedicti Passavantii scritta da Th. de Bèze contro il presidente Lyset, poichè la prima edizione è del 1553, anno della morte del Rabelais. Nè forse meno ironicamente è ricordato nel cap. 24 il dialogo di Nicolò Leoniceno: Samnutus, sive de ludo talario.—Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell’Ambrosiana c’è del Leoniceno una traduzione del—de bello Gothorum—di Procopio: è piena d’ioditismi, sotto il nome di Nicolò da Lonigo, e dedicata al duca Ercole di Ferrara. L’Argelati (Bib. de’ Volg., III, 297, nota c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso). Ingiustissima poi è l’ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19, dove è battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata di tapon o tampon, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuriò il Pontano, al quale diede per di più del poeta secolare, che nel gergo della Sorbona significava eterodosso, e lo citò come autorità nella ridicolissima arringa di Janotus de Bragmardo.

Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo Gargantua, suffragano abbastanza l’opinione nostra intorno alla poca simpatia del Rabelais per l’Italia. Ma più che questi colpi di dente e le allusioni ai veleni (il craignoit ly bouconi de Lombard., cap. 3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall’Italia abbia contribuito la loro fama di dubbia cattolicità. Intendiamo dubbia per gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a sè il Rabelais, lo sconfessò altamente e lo trattò di ateo. L’amicizia del frate sfratato col Dolet, col Despèriers, col Marot e con altri, non giovò alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua odissea monastica, l’odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci che non rispettano nulla (ad formam nasi etc., Garg. 40), gli mossero contro tutti quei cagots et papelards, la razza de’ quali non è ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere nel 1545 per la stampa del terzo libro del Pantagruel; lotta nella quale la Sorbona non si diè vinta che davanti all’intervento del re. Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!

È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è l’arcaismo gramaticale ed ortografico così bhonomme; ma così ostico ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo i Contes drolatiques di Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, benchè arditi, benchè arcaici, mentre l’Apologie pour Hérodote di Enrico Estienne e l’Arte de parvenir di Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi. L’Italia, nè allora nè poi, non fu paese dove un Filippo d’Orléans potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese dai pastori per evitare l’infezione del gregge, fino a che, sotto il dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri le argute fantasie del parroco di Meudon.

Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere. Ci pare che una traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa serietà d’esposizione che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche esposte più sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominciò colle minute purità del padre Cesari e finì colle melense pappolate del padre Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si provò a tradurre il Montaigne.

La traduzione però non verrà. Tutti coloro che hanno interesse a conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e buon pro faccia a tutti quanti.


UN AMLETO ITALIANO