NELLA LOTTA


Ai tempi d’una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.

Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano in fila, l’uno dietro l’altro, i canti sempiterni, tutti colla loro brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche più brevi del Boccaccio, e l’uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si mantenne l’uso dei poemi lunghi fino all’arcilunghissimo Cicerone del Passeroni ed al Poeta di Teatro del Pananti.

Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona misura, Balzac si può quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e lunghissimo col ciclo della Commedia umana. Nel genere narrativo tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro ai Tre moschettieri, poichè appunto è questo genere di romanzi che surroga i poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali o intimi hanno lasciato le lungaggini di Clarissa Harlowe, ma quelli di avventure sono sempre lunghi e me ne appello all’ombra lunghissima di Ponson du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie brevissime, dei lieder di tre strofe che contengono una novella d’amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia. Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe dell’Excelsior, Zola invece diluisce una novella intima nei molti volumi dei Rougon-Macquart. Insomma, dove una volta si andava per le lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si va per le lunghissime in prosa e per le cortissime in versi.

Pare quasi che col crescere della coltura scemi l’importanza della poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia un linguaggio primitivo, il segno della prima età letteraria delle nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi meno colte preferiscono anche oggi i Ruggeri del molo di Napoli ai Promessi Sposi, che restano intelligibili, nella intima bellezza loro, soltanto alle classi più colte. Il che spiegherebbe la ricchezza della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall’altro lato il crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi sembrano però forti in gamba, poichè non è facile ammettere che i romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia di Mastrilli e un romanzo di Boisgobey, è meglio quest’ultimo e segna un passo avanti: ma il progresso è così tenue, da credere proprio che noi ci siamo allontanati molto dalla età letteraria primitiva e preistorica. I Zulù saranno più addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto avanti.

C’è però romanzo e romanzo. C’è quello commerciale e quello letterario; come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le due stoffe al contatto dell’epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per cavarsi questo gusto. Si vendono più camicie di cotone e se ne vendono anzi di quelle che dopo un giorno d’uso diventano frangia. Si smercia più paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell’ordine naturale delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere del consumo dei romanzi letterari, cioè fatti con un intento artistico, trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando le carte del Pickwick Club avranno più lettori del Rocambole, allora veramente il termometro della coltura generale avrà lasciato le temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e poi di quella estate che matura i frutti.

Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti di teatro.

Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni predicozzo che ci faceva dall’altare, cascava a parlare dei romanzi, dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le immoralità. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l’anima e il corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non avrebbe certo parlato diversamente.