S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede: ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel Pellico.
La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico. La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne accorge, diffida, perchè sa che gli storici che scrivono per sostenere una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto d’arte che nuoce all’effetto del libro.
Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia, una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque migliore di quella del Pellico.
Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori. È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti, possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.
NUOVA CORRISPONDENZA
DI SAINTE-BEUVE
Non è molto, a proposito di un lavoro quasi puerile di Giacomo Leopardi, dato in luce con la certezza che l’autore vivo ricorrerebbe subito subito ai tribunali contro chi l’ha messo alla berlina, così, esprimevo il dubbio che queste pubblicazioni giovassero a far conoscere intimamente gli autori assai meno di quello che la nostra curiosità vorrebbe farci credere per sua scusa. Potevo domandare che cosa abbiano aggiunto di utile alle nostre cognizioni intorno al Sainte-Beuve quelle pettegole pubblicazioni dell’anno passato che ricordiamo tutti. Che importa alla critica se il vecchio senatore francese espiava i peccati di gioventù sotto lo verula di qualche servaccia o tra le ugne delle donnacce più grossolane e più vili di Francia? Le fine cesellature dell’artista di gusto non si risentirono mai della volgarità degli istinti del senatore. C’è un abisso tra l’uomo e il letterato, ed il conoscere tutte le debolezze del primo non ci svela un punto, non ci spiega un atomo del secondo.