A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria. Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia. Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!
Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena non fu meno grave per l’uno che per l’altro.
Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta in vantaggio del Settembrini!
Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per sopportare il dolore.
Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.
Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù: rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da rassegnazione.
L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire, certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.
Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.
Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle pratiche superstiziose di una divozione volgare. Il suo dolore lo portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, le Ricordanze, qualche volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo posto per fare quel ch’egli fece. Leggendo Le mie prigioni, si può compiangere ma non invidiare.