Di questi problemi poi ce ne sono alcuni che, oltre a scottare come gli altri, sono tanto delicati che non si sa per che verso prenderli. Parlarne senza offendere qualche convinzione, qualche interesse, qualche verecondia vera o copiata dal vero, è quasi impossibile; e anche questo contribuisce a far tacere la gente quando invece bisognerebbe parlare, intendersi e provvedere. Ci si mette poi di mezzo la caricatura, uno dei peggio spauracchi per gli onesti e tranquilli bottegai che pure, tra le frutta e il caffè, consentirebbero a riformare il mondo, od a lasciarlo riformare piano piano, purchè non si danneggiasse il commercio e calassero le tasse. Li hanno tanto messi in cano nella questi gloriosi avanzi della guardia nazionale, che il solo pensiero di essere caricaturabili ancora, li mette in furia come tanti tori davanti ad un drappo rosso. La paura del ridicolo aiuta il silenzio. Un povero marito che parli del divorzio, una moglie che ne ciarli, fanno strizzar l’occhio e sorridere: così il marito e la moglie stanno zitti, e Dio sa se ci sono persone più competenti di loro a parlare di certe cose!
Ma Alessandro Dumas figlio è uno dei pochissimi (si contano sulle dita) che non abbia paura di parlare di queste certe cose, e quando ne parla, non ha pelo sulla lingua. Da noi a proposito di donne che ammazzano, di donne che vogliono votare, di divorzio, insomma a proposito di quistioni femminili, non si sente nessun rumore; solo qua e là salta fuori qualche voce stonata che si perde nel silenzio universale; e sia che le donne in Italia siano troppo avanti o che siano troppo indietro, a vedere le cose così a fior d’acqua, pare d’esser nell’Eden prima del pomo, salvo la divisa. Sotto l’acqua non direi che tutto vada come nel migliore degli Eden possibili, ma insomma il problema femminile non ci sta così pericolosamente addosso come ai nostri vicini di Francia. Là sono costretti a pensarci sul serio, per quanto in riga di soluzione si mantengono ancora al vedremo e ci penseremo. Il Dumas, poi, che passa per uno dei più profondi conoscitori del cuore, del cervello e del cervelletto de ces dames, dal Monsieur Alphonse, dalla Princesse Georges in qua, sgobba assiduamente sull’eterno problema; e dal tuez-la è passato al divorzio, per venire oggi all’ammissione del suffragio civico femminile. C’è in Francia, anzi sopratutto in Francia dove si ride spesso e volentieri, chi sogghigna e mette in caricatura il divorzio, il voto, Dumas, le donne e tutto. Mi ricordo di uno sgorbio del povero Cham, che rappresentava il signor Prudhomme sorpreso dalla moglie in atto di affiggere un manifesto in favore del divorzio, e la testa dell’illustre allievo di Brard e Saint-Omer faceva ridere di cuore. Ma il riso non è una risposta e tanto meno una soluzione. Ora poi, dopo certi strani fatti, dopo la ripetuta applicazione dell’acido solforico per uso esterno contro i tradimenti amatorii e coniugali, a dispetto delle caricature, ci si comincia a pensare davvero. E badate che non è soltanto l’acido solforico che dia da pensare, ma è la soluzione ormai normale di questi drammi scandalosi e sanguinosi, cioè l’impunità e spesso il trionfo del delitto riconosciuto ed assolto dai giurati, approvato ed applaudito dal pubblico. Perchè si arrivi a far di questi dispetti al codice, bisogna proprio che ci sia qualche bestia più grossa del topo nelle viscere della montagna gravida. La ricetta di masto Raffaele comincia a diventare più che ridicola, criminosa.
La prima parte del libro del Dumas, quella che riguarda le donne che ammazzano, lasciamola stare. L’argomento è scabroso, e di cose di questo genere in Italia non se ne può parlare senza che tutti i calvi protestino che son cose da far drizzare i capelli. Siamo intesi che da noi i casi di Maria Bière, di Virginia Dumaine, della signora de Tilly sono impossibili; anzi la critica ha fatto bene a mettere il barbazzale a certi poledri mal domi, richiamandoli allo studio degli esemplari più puri dell’arte nostra, alla impeccabilità di Francesca da Rimini e di Parisina, alla purezza greca di Mirra, Clitennestra, e così sia. Dunque mettiamoci sopra una pietra, lodiamo il cielo di averci fatto nascere in questa terra privilegiata dove Sant’Orso la centuplicherebbe in un’ora il numero delle sue compagne, e tiriamo dritto.
Bisogna però fermarci a sentire alcune parole che sembrano staccate da un libro italiano, tanto calzano bene alle nostre quistioni letterarie interne. «Quando si dice ad una società—bada! se continui nei tali e tali errori, provocherai la tale e la tal’altra catastrofe—per questa società che non vuol riconoscere i suoi torti, si diventa la stessa causa della catastrofe nel giorno in cui si produce. La Chiesa cattolica seguita a dirci che sono le passioni abbominevoli e i detestabili consigli di Lutero che han fatto tanto male al cattolicismo, e scorda di ricordarsi o di cercare le cause che produssero Lutero e resero necessaria la Riforma. I difensori della monarchia di diritto divino e delle tradizioni feudali ci dicono che lo spirito diabolico di Voltaire o degli Enciclopedisti produsse la rivoluzione e gli eccessi del secolo XVIII, ma si guardano bene di riconoscere e di confessare i fatti che suscitarono gli attacchi di Voltaire e della Enciclopedia. Lo stesso avviene in letteratura. Sono gli scrittori che scrivono contro i costumi scostumati del loro tempo, che demoralizzano il tempo loro. Si comincia dal pretendere che il male di cui parlano non esiste: poi, quando è conosciuto, si dice che l’hanno fatto nascere i loro scritti e finalmente, quando cresce a vista d’occhio, si conclude che è meglio tacere».
E più avanti: «Non ammettiamo, come tutti quelli che se la prendono con gli effetti invece di prenderla con la cause, non ammettiamo dunque che la letteratura abbia il menomo effetto sui costumi. Mentre la corruzione del secolo XVIII è dipinta in Manon Lescaut, il bisogno d’ideali, che domina tutte le società, qualunque sia il numero del secolo, si traduce in Paolo e Virginia. Si piange per Manon, si piange per Virginia, ma non si diventa nè migliori nè peggiori. Si hanno due termini di confronto e due capilavori di più; ecco la verità, ecco il beneficio per l’umanità che pensa. Tuttavia, se la letteratura dei drammi e dei romanzi è incapace di produrre un movimento d’idee o di farle nascere, è capace però, con la maggiore o minore commozione che produce trattando certi soggetti, di far vedere e di constatare dove siano arrivate le idee nel loro movimento naturale, e la via percorsa fin da una data epoca, e l’imminenza di certi pericoli, e la necessità di certe preoccupazioni, di certi studi, di certi sforzi....»—Oh! ben ruggito, leone!
Ma s’è detto di metterci una pietra sopra, e mettiamocela.
La quistione del voto femminile non è nuova. Quattrocento dodici anni prima di Cristo, Lisistrata, Calonice, Mirrina e Lampito, in pieno teatro, nella civile Atene, ed in una scabrosissima commedia d’Aristofane, congiuravano già per strappare le redini dello Stato dalle mani dei mariti. Degli anni ne son passati parecchi, il mondo crede di aver progredito tanto, che la commedia, che allora si recitava in pubblico, si legge ora a porte chiuse; eppure la quistione non ha fatto un passo, le donne non hanno troppa fretta e i giornali che fanno propaganda gridano con Lisistrata disillusi e scontenti: «Ah, se fossero state invece invitate alla festa di Bacco, di Pane, di Venere Coliade o delle genetillidi, le vie sarebbero ingombre!»—E perchè? Il Dumas ce lo dice. Prima di tutto, ci sono le donne felici e soddisfatte del presente organismo sociale e civile, che non hanno nessun desiderio di cambiare. Poi ci sono le astute, che sanno girare gli ostacoli e menar gli uomini pel naso meglio col sorriso che col voto. C’è la massa delle donne abbrutite nel lavoro della campagna o della città, che ha ben altro da pensare che al deputato. Ci sono le donne devote e pie, per le quali tutti questi ingranaggi costituzionali sono invenzioni diaboliche. Ci sono le timide, le scoraggiate, le rassegnate, tutta gente che non cura o sfugge l’agitazione, teme il ridicolo, vive più volentieri all’ombra che al sole. Restano poche donne a far chiasso pel voto, e siccome le donne, anche in poche, sanno far chiasso per molte, paiono un esercito e non sono che un gruppo di tamburi e di trombe. Il che vuol dire che l’invocato voto delle signore è ancora lontano; i deputati brutti possono per ora dormire tranquilli.
Senza dubbio, la legislazione, in quel che riguarda i rapporti della donna coll’uomo e collo Stato, è destinata a molti cambiamenti futuri, prossimi o remoti. Senza dubbio la signora libertina Auclert ha mille ragioni quando protesta che pagando le tasse ha anche il diritto di intervenir per mezzo di rappresentante alla votazione dei bilanci nella quale si dispone del denaro suo. Votano tanti imbecilli; perchè le donne, che possono aver più giudizio, non voteranno e meglio? Tanto gli esempi di illuminata saggezza fornitici dagli elettori non sono tali che le nostre donne non ne possono dare dei migliori!
Ma il ridicolo è là che impedisce all’idea di progredire e di farsi largo tra le interessante. Vedete voi le elettrici accusate di preferire il deputato bruno al biondo, il consigliere magro al grasso, il sindaco bello al sindaco brutto? Le donne, che sanno adoperare tanto bene il ridicolo, ne hanno poi una paura terribile, e gli uomini, che lo sanno, se ne giovano. Quando le donne voteranno, non è da credere che cessino i colpi di revolver o gli spruzzi di acido solforico, ma è da sperar bene di loro, perchè avranno avuto tanta forza d’animo da superare il timore della canzonatura, e di noi, perchè nel votare adopreremo più giudizio. Ma per ora..., via, noi non abbiamo abbastanza serietà e le donne non hanno abbastanza coraggio.