Ho il vago sospetto che sia invece l’ammiratore quello che non conosce le filaccicose storielle di Luigi Reybaud, poichè almeno l’accento circonflesso che corona il cognome del protagonista nella sua cartolina, lascia trapelare una conoscenza non molto intima della lingua francese. Comunque sia, è mio diritto imboccare la tromba della fama ed urlare a iquattro punti cardinali, che non cambieranno di posto per questa importante rivelazione: primo, che non ho purtroppo l’utilissima abitudine di parlar dei libri che non ho letto; secondo, che tanto il Pâturot alla ricerca di una posizione sociale, quanto il Pâturot alla ricerca della migliore delle repubbliche, li lessi fino dal 1864 e li comprai precisamente dal libraio Ryced che stava sotto i portici della Fiera in piazza Castello a Torino. Pagai in contanti e non mi feci rilasciare la ricevuta: del che mi dolgo, perchè la stamperei come documento importantissimo ai futuri storici della letteratura; certo gli storici presenti ne stampano dei più insulsi.

Il peggio è che a mia giustificazione non posso mostrare nemmeno il libro. Fino da quel tempo leggevo molto e compravo quanti libri mi consentiva il modestissimo peculio di studente. Duravo così tutto l’anno a raccogliere una microscopica biblioteca, e la contemplavo con quel matto entusiasmo per la carta stampata che non ho potuto mai cavarmi dalle ossa, e che ha finito col farmi entrare al servizio dello Stato in una pubblica Biblioteca. Ma tutti gli anni, a scadenze determinate, si destava un uragano fierissimo che mi portava via i libri e mi costringeva a tornar da capo. L’uragano si levava sempre negli ultimi giorni di gennaio, o in febbraio; e si levava proprio in via della Zecca e precisamente nel teatro Scribe. Ah, benedetti veglioni di carnovale! È per loro che i miei libri finivano nei panchetti dei rivenditori sotto i portici dell’Università; è per loro che Gerolamo Pâturot contribuì per la sua parte ad una cena da Biffo, dove una pierrette di mia conoscenza mi scucì il vestito nella schiena, dal colletto alle falde, e non me ne accorsi che la mattina dopo dai rabbuffi del professore, alle paterne cure del quale la mia famiglia m’aveva confidato.

Così finì il mio Pâturot, ma l’avevo letto: vi giuro che m’aveva annoiato, ma l’avevo letto. In tempi più calmi, i libri perdettero la brutta abitudine di abbandonarmi in carnovale, e l’edizione del Pâturot che ora ho sott’occhio porta la data del 1875. Dopo l’accusa del mio ammiratore ne ho riletto parecchi capitoli, dei meno soporifici, e non mi pare di aver detto uno sproposito. Il Reybaud ha voluto far la satira della borghesia, mettendo un tipo d’imbecille calzettaio in un mare di borghesissime avventure; e di più ha fatto un libro per provare che i calzettai non debbono occuparsi che di calzette: conclusione questa che oltrepassa i limiti onesti e mediocri del borghesismo per entrare in quelli della più ottusa asinità.

Parlo del Pâturot alla ricerca di una posizione sociale, poichè l’altro alla ricerca della migliore delle repubbliche, non è che un libro di politica, di maligna e disonesta politica, di cui qui non tocca a me il parlare. E dico, e sostengo, e ripeto che tanto l’eroe del libro, quanto l’autore considerato nell’opera sua, sono proprio miserabilmente borghesi, come avevo detto e come dirò sempre, dovessi anche perdere, con mio inestimabile rammarico, gli ammiratori e peggio le ammiratrici.

Il libro fu scritto verso la fine del regno di Luigi Filippo, nel 1843 se non sbaglio: quando cioè erano passati tredici anni dalla prima rappresentazione dell’Ernani e la nuova scuola romantica aveva mostrato, anzi oramai esaurito, la sua possente vitalità. Alfredo di Musset oramai non scriveva più versi ed era prossimo ad essere ammesso nell’Accademia francese, dove già Victor Hugo, il capo dei ribelli, era stato accolto da qualche anno. La Sand scriveva i suoi romanzi per la Revue des deux Mondes, rivista tutt’altro che scapigliata. Teofilo Gautier aveva pubblicata da un pezzo le sue poesie, l’Albertus e Mademoiselle Maupin. Onorato Balzac era già grande, Mürger, Sue, Dumas, Soulié, fino Paolo de Kock, aveva già oramai prodotto tutto, e la faccia della letteratura francese era cambiata affatto. Eppure il Reybaud comincia il libro, mettendo in caricatura i poeti capelluti, rifriggendo le solite barzellette sulla prima rappresentazione dell’Ernani. Questo non solo è borghesismo, ma borghesismo in ritardo, miserabilmente barbogio.

Certo la satira è fatta con moltissimo spirito: anzi le staffilate sono distribuite con tanta generosità, che a prima vista non si capisce bene se l’autore metta in ridicolo il suo calzettaio o la società con la quale si trova a contatto: non si capisce chi dei due sia a preferenza canzonato, tanto sono tutti messi in caricatura. Enrico Monnier aveva già trovato il suo Prudhomme, e il Pâturot gli somiglia un poco ne’ discorsi pretensiosi, benchè abbia il cervello meno rammollito e l’osservazione più acuta; e non può negarsi che sia una caricatura, come tutto è caricatura nel libro. Ora se Pâturot che cerca di uscire dalla borghesia è messo in ridicolo; e se tutto quello ch’ fuori della borghesia, tranne Dio ed il re, è pure messo in ridicolo, che cosa resta? Resta una satira senza scopo, uno sfoggio di barzellette più o meno che proveranno lo spirito dell’autore, ma non ne provano l’ingegno. Chiuso il libro, ci ripetiamo la frase di Figaro: Qui trom-pe-t-on ici? È la borghesia che è ridicola, o coloro che si vogliono sollevare sopra di lei? Si beffa il Pâturot perchè vuol essere romantico, o si beffano i romantici? Chi lo sa!

A scegliere qualche brano, qualche frase qua e là, si può concludere in un modo o in un altro, secondo si vuole: ma il complesso dell’opera sarà sempre questo: che la società, la borghesia, i romantici, i sansimoniani, i giornalisti, i filosofi, le guardie nazionali, i deputati, e finalmente lo stesso Pâturot, sono tutti ridicoli o birboni: tutti senza eccezione, poichè nel libro non v’ha un personaggio che non sia o imbecille o furfante. Ora questo che cosa prova?

Era facile mettere in canzonella la guardia nazionale. Noi italiani che nel 1848 abbiamo fatto una rivoluzione per ottenerla, l’abbiamo poi sepolta sonandole la marcia funebre a scrosci di risa. Ma siamo poi ben sicuri che sia morta bene, e che, dopo esserci rovinati con gli eserciti stanziali, non tocchi ai nostri figli di risuscitare il povero palladio, per sfogare la crescente voglia di bastonate? Ci voleva poco a beffare i sansimoniani e il padre Enfantin e gli involontari digiuni del chiostro di Mênilmontant, ed a scoppiar di risa sopra la massima inscritta nella bandiera dei nuovi credenti: Empêcher l’exploitation de l’homme par l’homme. Ma siamo ben sicuri che la massima sia proprio ridicola? Oramai lo vediamo, e le grasse risa della borghesia accennano a finir male. I sansimoniani furono ammazzati dal ridicolo, ma ecco venuti i nichilisti, e il povero Pâturot ha capito che non è più tempo di ridere.

Non c’è dunque nulla di più meschino che questo perpetuo riso col quale si perseguitano tutte le nuove forme con cui i nuovi bisogni sociali si manifestano. Così i romani debbono aver riso dei cristiani che adoravano un uomo appeso alla croce; così i nobili a Versaglia ridevano vedendo passare i rappresentanti del terzo stato, senza piume e colle scarpe senza fibbie. Così insomma il passato canzona volentieri l’avvenire, salvo poi a pentirsene amaramente. A Milano, fu seppellito il Mefistofele del Boito tra i fischi e le risate; ma risorse a Bologna, trionfò dappertutto ed ora Milano sta per fare ammenda onorevole. Il Reybaud, se allora se ne fosse parlato, non avrebbe mancato di fare del suo Pâturot un campione della musica dell’avvenire, e di riderci sopra saporitamente. Avrebbe così aggiunto una miserabilità borghese di più al suo libro che già ne rigurgita, per giunger poi a capire che a poco a poco l’avvenire diventa il presente. Ed è appunto questo aver la veduta corta d’una spanna, questo adagiarsi nel presente senza guardar più in là della propria bottega o del proprio ufficio, questo egoismo ironico e piccino, che costituiscono il maggior difetto della borghesia; quel difetto che le farà rovinare malamente. Ma il male è che questa povera borghesia ridanciona non viene più combattuta colle sue armi, col ridicolo; si fa ben di peggio!

Tutti li sentiamo i primi buffi di vento che precedono la burrasca: tutti, poichè tutti siamo un po’ borghesi, anche noi letterati che professiamo un odio feroce contro i filistei. Gli abbominiamo infatti, ma scriviamo per loro e siam ben contenti quando ci lasciano dire qualche dura verità. Dal principio del secolo, si può dire, questa borghesia regna e governa, ed allevati nel suo grasso seno, cresciuti nella sua tepida casa, educati ai suoi comodi ammaestramenti, non possiamo a meno di ritrarre sempre da lei qualche cosa. Un po’ borghesi siamo dunque tutti, noi che viviamo in una società e di una società borghese. Solo c’è questo, che noi, sentendo i buffi del vento gelato che viene dal settentrione, leviamo la testa, scrutiamo l’orizzonte, e ci domandiamo se la burrasca porterà una pioggia benefica o diserterà i campi. Gerolamo Pâturot invece, si tappa in casa, sorride e crede d’esser sicuro perchè il tetto è nuovo. Resta a vedere se la burrasca non scoperchierà la casa e se le mura saranno abbastanza forti da resistere all’impeto della tramontana. Noi ci pensiamo, e Gerolamo Pâturot ride di noi; questa è la differenza.