Oh, come è facile ridere quando si ha digerito bene! Io mi ricordo il tempo nel quale a sentir uno dire sono socialista, si udivano scoppi di risa e le grida utopia! utopia! Ora a sentire la stessa confessione non si ride più, parecchi rabbrividiscono ed alcuni corrono alla Questura. Or bene, nel libro del Reybaud simili risate ricorrono ad ogni pagina, grasse, sonore, sincere risate di borghese che ha digerito benissimo: ma io domando al mio ammiratore se oggi si può più ridere a quel modo, se si può aver la vista più corta, e se Metternich non sia stato anche più miope di Gerolamo Pâturot.
Perchè proprio Sua Altezza, per quanto principe e gran cancelliere, è borghese sino nell’intima midolla. Gli manca solo quello spolvero di volterianismo che tanti calzettai affettano oggi, per chiamare poi subito il confessore appena si trovino ad avere un patereccio. Lo stesso egoismo chiuso nel presente, la stessa freddezza di cuore, la stessa mancanza d’ogni facoltà per capire il bello. Così, poichè un principe come lui deve pure affettar qualche senso e qualche intelligenza d’arte, egli guarda nella Guida quel che bisogna ammirare e chiede al cicerone quando si debba commuovere. Egli passeggia pei Musei ruminando note diplomatiche, come un droghiere calcola quanti chilogrammi di olio ci siano voluti per dipingere quella roba. Il suo cuore è incartapecorito nell’egoismo e il suo intelletto chiuso ad ogni impressione che non sia del suo mestiere. Almeno Pâturot aveva la buona ma infelice volontà di tentare; almeno s’era provato a fare un sonetto di monosillabi. Il Metternich no, ed in questo il Pâturot è superiore a Sua Altezza.
Sia dunque come si voglia. O il Pâturot è la caricatura di un borghese spostato, e il mio paragone calza: o l’autore è un borghese per eccellenza, e i conti tornano lo stesso. E se i conti tornano, perchè il mio ammiratore dice che non ho letto il libro? Da che lo deduce?
E con questo lo lascio in pace; pregandolo però, come segno della sua educazione, a non volermi più dare del voi. Per un ammiratore è trattarmi po’ troppo superbamente: tanto più che la cartolina viene da Torino, dove fino le cuoche si danno del madama a vicenda.
UNA FAMIGLIA ARISTOCRATICA
Che l’Italia sia un paese democratico l’hanno scritto tante volte ne’ libri e nei giornali, l’hanno detto tanto in Parlamento e fuori, che ormai lo crediamo; e sarà anche vero. Io e Lei poi, che non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libertà e la democrazia possibile: ma appunto perchè abbiamo tutti e due il certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri, e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione si trasmettono l’intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili senza uscire dall’archivio della propria famiglia, senza che la storia generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo più volentieri l’alterigia che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che l’arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno è dei Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.