Certo lo Zini non va fino dove noi potremmo andare; ma egli almeno, quasi risposta alle indegne insinuazioni mosse sul conto suo, ha fatto vedere d’essere critico imparziale così delle magagne dritte che delle mancine: e questa volta è da credere che non lo accuseranno di aver venduto la pelle al trionfatori. E neppure gli si può rimproverare un voltafaccia od una contraddizione, poichè egli non ritira nessuno de’ biasimi fatti alla destra, anzi esplicitamente li conferma. A questo modo i suoi due libri rimangono espressione fedele delle impressioni di un galantuomo entrato suo malgrado dietro le scene del governo. Via, mettete pure in canzonella i periodi togati e le parole antiquate dello Zini, storcetevi pure tutti sotto le scottature, ma confessate che i suoi due libri sono forse di una persona troppo ingenua, ma altrettanto onesta.

Ingenua; poichè lo Zini è rimasto amaramente colpito dall’aspetto del male, ma, visto che non poteva assolutamente indicare le persone colpevoli, perchè in dolo non ce n’è nessuna, non ha saputo più dove batter la testa e quasi incolperebbe di ogni cosa la divina provvidenza. Eppure era facile vedere che c’è una fatalità superiore che trascina certi ordini alla rovina. Fata volentem ducunt, nolentem trahunt, diceva quello; e noi vediamo coi nostri occhi stessi come e dove siano trascinati i nolenti.

Così è. Dall’equivoco dato come base, non può venire il giusto come corollario; e noi brancoliamo nell’equivoco perpetuo e inevitabile, noi che diciamo di avere per diritto primo il diritto plebiscitario e non abbiamo che un suffragio ristretto; noi che abbiamo, nella raccolta delle leggi, decreti firmati da re Carlo Alberto e controfirmati dal Desambrois, che accettano l’annessione della clausola sine qua non della Costituente, e siamo stimati cattivi cittadini e nemici sfidati del presente disordine di cose se parliamo di Costituente.

L’equivoco è dappertutto: nella Camera dei deputati, dove gli eletti si dicono rappresentanti della nazione e non lo sono, nel Senato, dove i senatori, che dovrebbero esser nominati dal re, sono informati dai ministri a seconda del bisogno che c’è d’approvare una legge; nel Consiglio di Stato, dove si sa che i ministri passan sopra i consigli; nella magistratura, dove si protesta il diritto di inamovibilità come garanzia di indipendenza, per tramutare poi il magistrato che non è comodo durante le elezioni; nell’esercito, che viene ogni giorno ammonito a non s’interessare di politica, mentre poi si stimolano i generali a dei piccoli pronunciamenti contro certi ministeri lodandoli se non vi accettano portafogli. Equivoco dappertutto: in alto, in basso, disopra e disotto, fino in questi artificiali terrori dello spettro rosso che servono ottimamente a sviare l’attenzione dallo spettro nero. E in questo regno dell’equivoco, in questa caricatura di machiavellismo, in questo alternarsi di piccoli espedienti contraddittorii, in questo mentire e smentire di tutti i giorni per vent’anni, pur di tenere a galla qualche ora di più la barcaccia che affonda, come volete trovare, o ingenui galantuomini, la immutabilità del diritto, il rispetto profondo alla legge, la rettezza dei modi e dei criteri di governo?

Il male c’è, ma non è nelle persone. Si potrebbe dire dov’è, se il prendersela col sistema non fosse ora stimato retorica.


IL LIBRO DI BORDO