Nel Rochefort c’è tutto il carattere del parigino ribelle ad ogni autorità, canzonatore argutissimo e spietato, scettico nella buona fortuna e stoico nella cattiva. Solo la civiltà europea, anzi, latina, può produrre questi strani e magnifici tipi che da loro soli intraprendono una lotta contro un impero e lo uccidono a forza di spirito, di epigrammi, di punture di spillo. E quando l’Impero è a terra e la canea affamata gli irrompe addosso per mordere impunemente e strappare il brandello di carne viva, quando la tromba suona la curée immortale dei giambi del Barbier e i vili si pascono nelle stragi dei forti, il satirico ostinato, l’epigrammista inesauribile volge le spalle ai magri che accorrono ad ingrassare, sdegna di sferrare il calcio del’asino al nemico morto, e cerca un’altra causa da far trionfare coi frizzi, un altro trionfatore da fischiare in pubblico, un altro nemico da esasperare senza misericordia.
Così il Rochefort si trovò dalla parte della Comune, senza per questo risparmiare le frustate agli inetti ed ai birbanti. Ci fu anzi un momento in cui sarebbe stato più sicuro a Versaglia nelle carceri della repubblica conservatrice. Ma, nel giorno della repressione cieca, quando un tenentino uscito allora di collegio faceva fucilare senza opposizione chi gli capitava davanti senza le mani lavate, e le commissioni militari, preparando le rivincite dell’avvenire, mandavano i vinti al palo di Satory, anche Rochefort fu cacciato in una barcaccia ed inviato alla Nuova Caledonia. Egli non potè essere mai co’ vincitori.
Lo memorie del Mayer ci narrano che cosa sia la deportazione alla Nuova Caledonia. Caienna e Lambessa, le due vergogne del secondo impero, furon più miti soggiorni, ed almeno le commissioni militari che designavano e condannavano le vittime del colpo di Stato non si coprivano ironicamente dell’autorità popolare e repubblicana, ma agivano scopertamente in nome di una persona e di un padrone. Erano soldati che condannavano secondo la consegna data dal superiore, non erano repubblicani che infierivano nella reazione in nome della libertà. I famosi interessi conservatori ispirarono ben male i loro neofiti quando il fecero seminare tali odii che vogliono essere soddisfatti, tante oppressioni che vogliono esser vendicate. L’uomo non cambia, e se Blanqui non fu potuto eleggere a Lione, non per questo i vinti d’oggi non saranno i vincitori di domani. Sarà un male o sarà un bene? Qui ciascuno potrà rispondere secondo le proprie convinzioni.
Intanto la repubblica conservatrice, quella repubblica che apertamente spianava la via al ritorno di Enrico V, cacciò il Rochefort a Numea. A traverso di quante avventure romanzesche sia egli passato nella sua fuga, non è qui luogo a narrare, basta che un giorno la repubblica conservatrice, seppe, tutta spaventata, che non Enrico V, ma Enrico Rochefort ritornava. Egli era già in Svizzera e stampava quella Lanterne che aveva scottato tanto i Napoleonidi. Ed eccolo oggi con questo suo romanzo, dove senza dubbio non mancano le osservazioni personali e gli studi dal vero.
Il Rochefort cominciò ad entrare nella letteratura per la porta del teatro, e di lui furono applauditissimi alcuni vaudevilles ricchi di spirito. Ma, strano a dirsi, per uno che ha cominciato coll’essere autore comico, mentre lo spirito abbonda nel suo romanzo, l’invenzione non si alza dal livello del comune. Che anzi lo spirito sembra un po’ inacidito. Non è più l’umore caustico della vecchia Lanterne, che con una goccia levava la pelle, ma qualche cosa che sa di fiele, che sembra bile. C’è in ogni bizzarra frase un fondo di amarezza che non vi lascia bene, e mentre una volta egli si compiaceva di scudisciare i nemici in pubblico con lo scopo ultimo di muovere le grasse risa degli spettatori che perdevano così la venerazione, la paura ed il rispetto ai frustati, ora sembra voler ferire, non frustare; sembra che non si contenti più d’infliggere il ridicolo, ma che voglia eseguire un’opera di giustizia, una repressione quasi fisica e qualche volta brutale.
Ma non per questo cessa il Rochefort d’essere uno dei più spiccati rappresentanti dell’arguzia francese e parigina. Tutto il primo capitolo, tutta la descrizione sarcastica dell’isola di Numea, e la narrazione di quella infame tratta di selvaggi che viene esercitata da svergognati corsari senza repressione del governo, è forse la parte più arguta del libro. Ma la favola, come dicemmo, lascia da desiderare. Si può riassumere in poche parole.
Una fanciulla, che ha il padre deportato, viene a convivere con lui e s’innamora di un giovane anch’egli confinato nella penisola Ducos. Un agente di polizia circuisce la fanciulla e trova occupazione a lei ed al padre per essere informato di quel che si trama dai deportati, ma la giovane se ne accorge e lo inganna con relazioni false, all’insaputa di tutti. Una fuga per mare, alla quale la fanciulla con suo padre debbono rinunciare all’ultimo momento, non riesce, e l’amante dell’eroina è incarcerato. Dal processo risultano le relazioni della fanciulla con la spia, e l’amante sospetta di lei.
Ella non si smarrisce d’animo e macchina per liberarlo di carcere. Entra in relazione coi selvaggi ribellati, e, profittando dei loro tentativi per liberare un capo incarcerato e dell’amore da lei inspirato ad un povero coscritto, riesce nell’intento. La fuga spiega tutto e riconcilia gli amanti, che partono per l’Australia, quindi per l’Europa. Questa è la tela del romanzo.
Come si vede non è gran cosa, tanto più che il Rochefort tende piuttosto alla polemica che all’arte. Emilio Zola ed uno scrittore della scuola sua troverebbero forse questa tela troppo complicata, essi che cercano di dipingere piuttosto che di polemizzare, di scolpire piuttosto che di combattere. Il Rochefort cerca di cattivarsi il lettore col sistema stesso col quale l’autore comico cerca di tener desto il pubblico, cioè tenendolo sospeso agli avvenimenti che si risolvono poi nella catastrofe: sistema, questo, portato fino agli estremi limiti nei romanzi giudizari del Gaboriau, e al di là dei limiti, fino quasi alla parodia, dal Ponson du Terrail. Ma il Rochefort, che ha scritto il romanzo suo con un intento, ha dimenticato egualmenten l’arte squisita dello Zola nel rendere i luoghi, gli ambienti e le persone, e l’ingegnosità degli scrittori di romanzi di avventure, figli fecondi del fecondissimo Dumas padre. Ci sono dei punti nei quali l’autore si compiace della situazione immaginata e trovata, e per un poco ridiventa artista, e cerca o il cuore o la curiosità del lettore. Ma presto la tesi ricompare, e davanti a lei si ecclissa l’artista.
Non si dice con questo che il Rochefort abbia fatto un brutto libro; si vuoi dire soltanto che, tolta l’arguzia, tolta l’ironia, tolto il sale che l’autore sa mettere nelle cosa sue, il romanzo, come tale, non si stacca dalla comune dei romanzi che stampa il Dentu a quattro per volta. Si direbbe un lavoro tirato via, pensato in frotta e scritto in furia per qualche appendice di giornale.