«La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non piegherà se prima gli eventi non l’acciuffino pel collo. Frattanto ella ride, perchè a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e sè e la patria conduce al verde. Quando di passo in passo, sua mercè, verrà precipitata alle condizioni in cui si trovò la Francia nel secolo scorso, che farà ella? Come i fanciulli e le femmine strillerà accusando uomini e Dei, sè perfidiosa scolpando, e speculando il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.
«La setta, perduta l’Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi, tenere l’ufficio di zecchiere dove non si coniano più le monete ed i sopracciò agli studi dove non s’insegna nulla. Signore! barattaci la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici per giunta l’ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certo io comprendo che la passione qui vince l’intelletto, ma io mi agito e smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all’abisso. La empia setta rovesciò nelle anime la maledizione della stupidità, nei corpi la peste dell’inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, sè ad altri avvelena coll’erba sardoa, donde la morte per riso sardonico.»
Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l’odio che scorreva tra l’illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi trascese nel giudizio e nell’invettiva in certi momenti di profonda irritazione, ma non può negarsi che in somma non abbia dette di gran verità.
Assodato così questo cardine dell’esistenza politica del Guerrazzi dopo la restaurazione, colla scorta dell’epistolario si può studiare il periodo d’incubazione di questa rabies contro i moderati. Si può vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l’indignazione abbia scaldato l’arte. E se non vi dispiace, un’altra volta lo vedremo assieme.
UOMINI E TEMPI
Uomini e tempi fu il titolo di un opuscolo che il deputato Giovanni Bovio stampò alcuni mesi sono e che ora ristampa riveduto, ampliato e diventato volume presso il Zanichelli di Bologna. Lasciamo a parte la politica, della quale è inteso che chi si occupa di lettere non deve parlar mai. Un ministro, amico mio, tutte le volte che tentavo di mettere il discorso sulla politica m’interrompeva dicendo: Fa’ dei sonetti! Ma che diavolo è dunque questa politica, alla quale non debbono scendere nè le muse belle nè le brutte? È così sozza materia da lordare i loro candidi calzari? Veramente oggi non è difficile persuadersene.