Per fortuna il Bovio parla anche del linguaggio, dell’istruzione e dell’arte. Si può dunque parlare del suo libro.
L’ipocrisia del linguaggio è diventata una buona qualità nell’oratore parlamentare. Non solo certe idee, ma certe parole fanno sorridere a Montecitorio. Si è trovato un nome che bolla tutte le nobili aspirazioni, tutte le frasi calde, tutte le parole proprie, e se un oratore accenna di allontanarsi dalle meschine considerazioni dei gruppi o dalla disciplina imposta dai capi papabili, gli si grida dietro retorica! Parlare dei problemi che fanno paura, ricordarsi che fuori dell’aula c’è qualcheduno o qualche cosa, è retorica. Tutta una storia di generoso patriottismo è derisa coll’elmo di Scipio, forse perchè l’autore dell’elmo di Scipio è morto per la patria e non per i gruppi. Un discorso di Mirabeau, il celebre grido Catilina è alle porte, farebbe ridere gli onorevoli, anche se il cardinale Ruffo, Mammone e Frà Diavolo fossero a porta San Giovanni.
Siamo giunti a questo, che in Parlamento la parola patria provoca l’ilarità. Bisogna dire il paese. Appena la Corona può permettersi la parola popolo. Un deputato che la dicesse, richiamerebbe in mente il popppolo dei giornali umoristici. Perchè la Camera non scrosci di risa, bisogna dire: i contribuenti.
Dolersi dove duole il basto, dire che ci sono degli affamati, è retorica. Predicare la dispensa di minestre, far ballare le donnine scollate a beneficio di qualche Comitato, è filantropia, generosità, ecc. Così il dolore è retorica e lo scherno opera santa.
Questo non dice il Bovio, ma nota benissimo le applicazioni ipocrite che si fecero delle parole repubblicanismo, socialismo, internazionalismo, serietà, piazza, impopolarità, moderazione, ed altre, che potrebbero fare un bel dizionario ad uso dell’oratore parlamentare. E l’istruzione si è informata anch’essa a questa artificiosità, che è il peccato originale delle istituzioni basate sopra l’equivoco; e come prima era compito dei filosofi ufficiali l’annacquare generosamente le teorie giobertiane, tanto che ispirassero ai discepoli una noia ed una ripulsione salutare così poi si annacquò ufficialmente l’hegelianismo, ed ora in tutte le scuole si cerca di infondere nelle dottrine positive quel tanto di chiare, fresche e dolci acque metafisiche che bastino a rendere Littrè e Darwin innocui alle istituzioni ed alla santa religione cattolica. Non per nulla i quattro quinti dei nostri professori di filosofia sono preti spretati, frati sfratati od altri simili esempi di caratteri inflessibili e di convinzioni profonde.
E l’arte? Si vede chiaro che il Bovio deplora quel che oggi si chiama verismo, ma, più tranquillo nella sua fede filosofica che molti nelle loro teologie letterarie, se lo spiega e ne intende la odierna necessità. Pel Bovio non c’è solo una filosofia della storia, ma anche una filosofia della storia letteraria, e nell’una e nell’altra egli vede leggi certe che reggono le evoluzioni del pensiero e delle sue forme artistiche. Più acuto osservatore e ragionatore di molti critici di mestiere, egli ha inteso bene che la fortuna dell’Assomoir è un fatto da tenersi a calcolo e non da giudicare con indifferenza allegando i soliti luoghi comuni della corruzione del gusto, della imbecillità pecorile dei lettori tirati dallo scandalo.
È la critica storica dei clericali, che non sa dire altro che pervertimento e fulminare scomuniche, mentre il mondo va per la sua strada fatale. Dice il Bovio:—Chiaro è dunque che chi resta indietro maledica e chi va innanzi non curi; così muovesi la storia perchè così va il pensiero—e dice benissimo.
L’arte è sempre quale la domanda la società, e se questa è corrotta, lo è anche quella. I popoli hanno l’arte che si meritano: gli artisti non ci hanno colpa.
Certo può accadere, ed accade, che un’anima sdegnosa passi attraverso una folla briaca; ma le sue parole ed i suoi libri non fanno passare l’ubbriachezza a nessuno. La Divina Commedia non ebbe alcun effetto sul suo tempo, come Cassandra non convertì nessuno. Anzi si potrebbe dire che non ci fu anima sdegnosa che si opponesse al male di tutti, che un poco di quel male non guadagnasse anche lei; tanto difficile sottrarsi alle necessità del proprio tempo. Dante potè ben flagellare il cieco partigianismo dei suoi concittadini, ma non potè a meno di essere un caldo partigiano, come molti nemici del verismo finiscono col tingersi nella nostra pece.
Il filosofo giudica e prevede, ma non può ritardare un momento la fatalità che ci trascina tutti.