La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l’invasione di alcuni croati ubriachi entro i confini, è già conosciuta. L’ufficiale austriaco è accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non sapremo se un po’ dello stesso peccato non guasti la lettera.
Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare la grammatica degli altissimi scritti. Ce n’era bisogno, a quanto pare.
Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone III a Vittorio Emanuele.
Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione è utile assai per la storia e fatta bene. Di più offre il campo a molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto, quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell’altezza che era follia sperare: cioè la pieghevolezza pensata e misurata in tutto quel che riguarda la sovranità ed i suoi diritti, purchè giovi alla dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo l’autorità suprema che non tengono in alto de’ loro pensieri e che non tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel che perdono nella sovranità.
Così Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, là dove Pio IX scappa a Gaeta. Così Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce il suffragio universale, là dove Luigi XVI, convinto della sua sacra autorità, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.
Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla quale certuni preferiscono l’immobilità ed il domma.