Eppure, poichè bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande; quello cioè di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in quelle scimunite cortigianerìe che ad altri avrebbero fatto compilare un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o riprodotti dall’autografo; quindi è bene che se ne possa trarre una utilità non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla canonizzazione di una Carta male interpretata e peggio eseguita, servono invece ad impinguare l’archivio storico-nazionale.

Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante, contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia, diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c’era sangue di casa Savoia, non c’era nulla d’italiano, e finì anzi col diventare francese affatto d’anima e di sensi, anche contro l’interesse della famiglia dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, benchè fosse madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di peculato che mandò il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il tradimento del conestabile di Borbone, così dannoso alla Francia, si deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L’amore sviscerato che portò piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da lei, che alla felicità dei figli, non basta ad assolverla.

Miglior figura è il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la firma a’ piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia. Questa almeno è faccia d’uomo, e d’uomo forte; questo almeno è un carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe vinto un vecchio condottiero, cioè per interesse e non per fede, non poteva essere il modello de’ principi, se pure per costoro c’è modello diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei può dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota teorica che, bene applicata, riuscì ad imbandire il carciofo intero alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominciò ad avere influenza sull’Italia e ad agognare quegli ingrandimenti successivi che lo condussero al trionfo. E quel che più vale, almeno la lettera di questo soldato di ventura è umana più di quelle di molti principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.

Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sognò, a profitto proprio, l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ma la santa parola non fu udita in questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non avevano più orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma l’Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva insegnato la storia di messire Renart e delle sue astuzie, ed ella se ne ricordava troppo bene.

Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma. Nessun compiacente biografo l’ha potuta, non che scolpare, scusare. Con lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta insensata e testarda.

La sua memoria è ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si conserva l’originale dell’importante lettera riprodotta nel periodico di cui parliamo.

Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria. Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l’autografo più curioso di tutta la raccolta è forse quello di Eugenio di Savoia.

Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed è peccato che l’ingegno suo fosse al servizio di casa d’Austria. Parve che non avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosi Eugenio von Savoje. Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll’essere un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi XIV, che a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sentì chiedere servizio nell’esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo trovò contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per capire.

Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna, e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la curiosità, null’altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.