Vedete dunque che non è il dispetto che mi fa parlare: oltre all’interesse privato offeso, mi pare che ci sia in ballo anche un poco l’interesse pubblico. Il pubblico infatti ama e stima le istituzioni a seconda dell’utile che gli fruttano, ed il contribuente in particolare venera la giustizia, rispetta la Questura e le salaria tutte e due solo perchè gli danno la sicurezza del viver sociale. Ma quando la Questura ha troppo da fare per elezioni e la giustizia pei ladri da polli, tanto che il resto va come va, è ben naturale che la magistratura non sia presa sul serio e le guardie di sicurezza pubblica siano bastonate come bistecche; il che in Romagna accade troppo spesso.
Visto che la polizia era inutile per noi, cercammo di supplirla e molte volte abbiamo detto ai magistrati: badate; nella tal città un venditore ambulante vende pubblicamente edizioni contraffatte.—I magistrati erano subito infiammati dal santo zelo della loro professione e pareva che rispondessero:—Ah! c’è un venditore ambulante, mettiamo a Viterbo, che si permette questo sfregio alle vigenti leggi! Ora vedrà! ora l’avrà da fare con noi!—E qui carta, penna, calamaio, numeri di protocollo, firme, controfirme, lettere di un procuratore del re all’altro, di un questore all’altro; e dopo quindici giorni di tempo, dopo un quintale di carta sporcata e un litro d’inchiostro sparso, si arrivava a constatare colla massima serietà che il venditore ambulante di cui nella nota a margine segnata era già partito da Viterbo. Un’altra volta fu comprato un esemplare falsificato nella bottega di un libraio. Si ricorse subito al magistrato, il quale prese la cosa a petto e ci si mise con tanta energia che i preliminari furono finiti in una settimana e si riuscì a risparmiare una dozzina di chilogrammi di carta. Intanto però la cosa era diventata così nota ai lippi ed ai tonsori, che quando la bottega del libraio fu finalmente perquisita si trovò che il libro meno innocente che ci fosse era il catechismo. Il magistrato si adirò giustamente perchè gli avevano fatto scomodare un innocuo libraio. Amen: il torto era diventato nostro!
Così tutto è stato inutile e si è dovuto venire al punto di far concorrenza ai ladri vendendo la roba a un prezzo derisorio. E poichè oramai l’edizione a buon mercato è tutta smaltita, ne farò un’altra a miglior mercato ancora con una prefazione davanti, ornata dei nomi, cognomi e connotati di tutti quegli egregi uomini che si sono degnati di scriver tante lettere d’ufficio a proposito di un reato che non poterono scoprire benchè fosse consumato e si consumi ancora sulle pubbliche piazze. Noterò come in Italia si spendano più di ottanta milioni all’anno tra il Ministero di grazia e giustizia e quello dell’interno, e che quando un autore è leso ne’ suoi interessi, come il De Amicis, trova più naturale ricorrere all’associazione della stampa che alle autorità che costano ottanta milioni: e finirò notando che se quel che si chiama il prestigio dell’autorità scade tutti i giorni in Italia, la colpa non è tutta di quelli che mettono l’autorità in burletta, ma anche dell’autorità stessa che si diverte a farcisi mettere.
Poichè alcuni fatti audaci hanno attirato l’attenzione del pubblico sopra le falsificazioni che si commettono impunemente in Italia e poichè i giornali hanno gridato all’autorità che bisogna provvedere, vi dirò io quel che accadrà. Il Ministero, scriverà una circolare ai Procuratori generali perchè veggano, ecc. ecc. Questi alla loro volta..... Insomma tra carta scritta e carta stampata si consumerà qualche centinaio di lire, e tutti pari. A far molto, qualche venditore minchione le farà tanto grosse che per forza bisognerà sequestrargli la mercanzia e farlo condannare a due lire di multa con una requisitoria, dove sarà constatato che la vigile giustizia protegge i diritti di tutti e che non è poi vero che di certe cose non si occupi affatto.
Mi pare dunque che il De Amicis abbia mostrato troppa ingenuità protestando con tanta energia. Egli fa vedere di conservare ancora troppe illusioni per un uomo che ha viaggiato e conosciuto il mondo come lui. Crede dunque ancora a tutte quelle frasi fatte che si leggono nei giornali, che si sentono nelle Camere e nei Tribunali, come «la santità, l’inesorabilità, la severità della giustizia, l’oculatezza, la perspicacia della polizia giudiziaria» ed altre belle cose? Sono cose che si dicono così per dire e tutti sappiamo oramai quel che valgono. Io ho giocato al tresette quasi tutte le sere per un anno intero con un Sostituto Procurator Generale, e quando nell’aula della giustizia lo vedevo in toga con tanto di fascia e di berrettone e sentivo che gli davano del rappresentante della legge e qualche volta dell’Eccellenza, non potevo dimenticarmi che al tresette era una sbercia di prima qualità. Così quando sento dire tutte queste bellissime cose a proposito della giustizia e della polizia, mi ricordo che tutte le cose umane, anche le guardie di pubblica sicurezza, sono imperfette e che io non ho potuto ottenere che i miei diritti siano tutelati e che siano puniti coloro che li offesero.
Faccia come me l’egregio De Amicis. Si consenta che la Questura gli fa la guardia al pollaio e che, in caso, i giudici, i giurati, il Pubblico Ministero e il resto, puniscono chi gli rubò le galline. Non sia indiscreto e non chiegga alla magistratura più di quel che possa dare. Io, per cacciare il malumore che qualche volta m’invade, in faccia a certe enormità, mi distraggo raccogliendo molti casi che illustrano «la santità, l’inesorabilità, la severità ecc. della giustizia». Da quella Antologia si vede chiaro come noi ci contentiamo spesso delle parole e poco dei fatti. Vuole il De Amicis collaborare con me a questi Fasti? Se il procuratore del re ce li lascerà stampare, gli assicuro che saranno un bel libro.