Non c’era più nessuno in biblioteca, ed il bibliotecario, appollaiato sulla scaletta a pioli, sfogliava rabbiosamente un volume.
Sappiate che l’età sviluppa l’intelligenza ne’ libri come negli uomini. L’esperienza ammaestra i libri a temere l’uomo e difendersi da lui come possono, e se aprite un volume antico, sentirete come scricchiolano dolorosamente i cartoni, come geme il dorso, come si lamentano le giunture. Le carte si ostinano a rimanere appiccicate colla tenacità dell’ostrica che serra le valve al pericolo, ed annebbiano l’aria colla polvere, proprio come la seppia intorbida l’acqua coll’inchiostro per sfuggire al nemico. Si possono anzi notare certi fenomeni che confortano le teorie darwiniane e provano vera la sentenza che gli organi si modificano per adattarsi all’ambiente in cui debbono operare. Infatti la seppia allevata nell’acquario secerne meno inchiostro che quando è libera, e il volume nella domesticità della libreria privata secerne meno polvere che allo stato selvaggio, ossia nelle biblioteche del governo. Quanta sapienza c’è nei libri!
Il bibliotecario, sulla scaletta, leggeva brontolando con certi gesti d’impazienza che stimolavano nel volume la secrezione della polvere. Dall’alto della scansia il busto di Giustiniano guardava in giù e sorrideva con una certa malinconia rassegnata da far credere che pensasse piuttosto all’imperatrice Teodora che alle Pandette. In biblioteca non c’era di vivo che il bibliotecario, poichè l’Anobium pertinax e l’Anobium stratium, non desti ancora dal letargo invernale, dormivano nelle Bibbie e nelle pubblicazioni del Ministero. Ma dai finestroni spalancati un fiume di luce allegra prorompeva nella sala, ed i raggi del sole primaverile, pieni di pulviscolo d’oro, strisciavano sulle scansie cercando inutilmente il lucido delle cornici. E col sole entrava l’eco di una battaglia di passeri sulle grondaie, il rombo lontano delle carrozze, il rumore delle voci, tutto il fracasso della città, rammorbidito, armonizzato dalla distanza. La vita era tutta fuori, la vita nuova del mondo e degli uomini, la primavera.
Si vede che il bibliotecario aveva bisogno di uno sfogo, perchè chiuse seccamente il volume e dall’alto della scaletta lo buttò giù sulla tavola. (Santi Numi, che polvere!) Discese brontolando e, attirato dalla luce e dal rumore, s’incamminò verso il finestrone; ma a mezza strada si volse tutto d’un pezzo come se lo avessero chiamato, e guardò Giustiniano tra gli occhi come un avversario dicendo:—Dichiaro che l’Heinecken ha torto.—E poichè Giustiniano seguitò a sorridere ma non rispose, riprese con voce più alta:—Sissignore; dichiaro che l’Heinecken ha torto: torto marcio!—E volse dispettosamente le spalle al povero imperatore, incamminandosi al balcone.
Il libro che il bibliotecario aveva scaraventato giù dalla scaletta era appunto: Idea di una collezione di stampe, con una dissertazione sull’origine dell’incisione, stampato a Lipsia nel 1771 in ottavo. Ivi l’Heinecken osserva che il Tolomeo stampato a Roma nel 1478 non contenendo altro che carte geografiche incise in metallo e fuori del testo, il primo libro con rami inseriti è il Dante commentato dal Landino e stampato a Firenze da Nicolò di Lorenzo della Magna nel 1481 in folio. Gli esemplari di questo raro volume che si trovano ancora nelle nostre biblioteche hanno per lo più due sole incisioni ed un’altra ripetuta, rimanendo in capo ad ogni canto vuoto lo spazio delle incisioni assenti: ma la Vaticana deve averne un esemplare con una serie di 18 incisioni incollate al loro posto, ed il catalogo della biblioteca Marchi ne annunciò uno con 19 stampe; il che mostra come le incisioni fossero in gran parte eseguite se non inserite. Siano queste incisioni o no disegnate da Sandro Botticelli ed eseguite da Baccio Baldini, (non pare verosimile che siano di Maso Finiguerra, come vorrebbe una nota manoscritta della Biblioteca nazionale di Parigi), questo libro è creduto il primo che porti incisioni in metallo inserite nel testo, ed è appunto contro questa affermazione dell’Heinecken che il bibliotecario protestava.
Sotto al balcone c’era il prato della scuola veterinaria. Di là dal prato le case, e sopra le case facevano capolino i colli oramai vestiti di verde. Il sole d’aprile certo aveva letto male il lunario, e, saltando un mese, s’era messo a splendere come agli ultimi di maggio, tanto esultava nel cielo turchino, tanto i suoi raggi scaldavano. E giù, nel prato rinverdito, le margherite novelline alzavano curiosamente la testa nelle cuffiette bianche per spiare i fiori candidi dei mandorli, i fiori carnicini de’ peschi primaticci e tutta la nuova festa delle foglie giovani, dei getti freschi, dei ramoscelli gonfi di linfa, delle gemme turgide di succhio. Le finestre delle case circostanti erano spalancate al sole, addobbate di biancheria messa ad asciugare, sonanti di grida fanciullesche, di canti femminili. L’atmosfera limpida non sfumava i colli col solito velo di nebbia ma lasciava distinguere le casine bianche, tra siepi ed i campi verdi. Fino le campagne parevano assorte in questa fulgida ora di rinascimento e rispettavano tacendo la gioia della terra e dei viventi.
Qualche volta a dispetto dei regolamenti, un bibliotecario non è una macchina, ma un uomo. Il nostro aspirò sonoramente l’aria libera, spianò le ciglia corrugate e immerse profondamente le mani nelle tasche. L’ho a dire? Ve lo dirò; purchè non lo ripetiate al ministro Baccelli. Il bibliotecario cavò di tasca una vecchia pipa, la riempì e, dopo averla accesa, puntò i gomiti sul balcone fumando saporitamente! Ma se proprio volete raccontare questa infrazione dei regolamenti al ministro che governa le biblioteche, ecc., raccontategliela pure: tanto lo sanno tutti che, mentre nelle sale di lettura, dove non c’è pericolo d’incendio, è rigorosamente vietato di fumare, nelle altre sale si chiude un occhio, e una fumatina, via, si può fare. O che male c’è? La Regia ci guadagna, gli impiegati ammazzano il tempo, e il fumo del tabacco nuoce solo all’Anobium pertinax e all’Anobium striatum.
Dunque il bibliotecario fumava come un tizzo verde e pensava:—Che bella giornata! Nitida come un Aldo in quarto, splendida come un Bodoni in carta distinta... ma l’Heinecken ha torto. Prima del Dante ci dev’essere un altro libro con incisioni in metallo. Ah, bibliotecario di poca memoria, se lo sapesse il ministro! Quanti passeri! passer, deliciae meae puellae, e sono eccellenti in umido. Il Missale Herbipolense è anche lui del 1400 dunque non è quello; ma come si chiama quell’altro? Come si deve star bene in collina oggi! Ma come si chiama quell’altro libro, come si chiama?
Si spalancò una porticina, due bimbi irruppero nella sala gridando:—Babbo! babbo!—e la signora bibliotecaria in guanti e cappelline, sollevando con garbo la veste per non tuffarla nella dotta polvere, entrò nel regno del marito. Il bibliotecario vuotò la pipa e la rimise in tasca.