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Un sacerdote? Ma io non ho relazioni col presbiterato! Qui non conosco nessuno, tanto meno poi preti! Vi pare l’ora questa di seccare un galantuomo che pranza? E chi è questo sacerdote?
Il cameriere alzava le spalle a maggior confermazione della propria irresponsabilità e non sapeva ripetermi altro che:—Quel sacerdote le vuol parlare.
Forse la costoletta che tentavo di mangiare mi suggerì l’idea della pazienza. Del resto, come ho detto, l’ora persuadeva alla calma. Dalla finestra socchiusa vedevo una striscia di strada bianca, arroventata, popolata soltanto da un cane che accovacciato nel rigagnolo con pazienza esemplare andava a caccia di selvaggina sul proprio individuo. Il silenzio era profondo e il ronzìo incessante delle mosche non lo interrompeva. Tutto disponeva alla tranquillità filosofica, e mi rassegnai a dare udienza al reverendo.
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Era un uomo robusto, bruno di pelle e di capelli, lucido in viso come fosse unto. Si avvicinò mezzo sorridente e mezzo imbarazzato, ed al mio invito di sedersi, rispose con un gesto negativo risoluto e forte come la sua persona. Il collo toroso e le spalle quadrate indicavano che il sacerdote doveva avere dei terribili accessi di tentazione, ed auguro alla chiesa che il suo ministro abbia avuto la forza dell’anima uguale, a quella del corpo: se no, poveri voti!
Così in piedi, davanti alla tavola, il reverendo mi disse che era curato in montagna, che aveva saputo per caso la mia presenza all’albergo, e che aveva voluto procurarsi l’onore ecc., ecc. Aveva un vocione robusto come le spalle, e certi scoppi di voce che facevano vibrare i cristalli. La salute e la vita traboccavano in lui, e non l’avrei certo consigliato per confessore alle damine che soffrono di debolezze. Sicuro di sè dopo due minuti di conversazione, piantato energicamente sulle gambe muscolose e sui piedi da montanaro, gestiva largamente, franco come chi non teme ostacoli e non sa che sia la paura del ridicolo. Sarà un buon curato, non dico, ma a prima vista non ricordava le macerazioni dei perfetti servi di Dio.
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Dopo i primi complimenti tirati a bruciapelo, saltò a parlare di scuole poetiche. Ne parlava ruvidamente con idee vecchiotte, reminiscenze forse del corso di retorica fatto in seminario, ma con una schiettezza cui sono poco usati i critici di mestiere. Ricordava il tipo del bello, la verità eterna e tante altre cose che ora non si ricordano più, e di quando in quando puntava le mani aperte sulla tavola con certi «che ne dice lei?» baritonali e sonori, senza attendere la mia risposta. Poi s’imbarcava di nuovo ne’ suoi ragionamenti antiquati, di dove scoppiettava qua e là qualche idea bizzarra o ingenua, con una foga di uomo convinto e militante che mi meravigliava.
Mi meravigliava e m’imbrogliava. Che diavolo voleva egli da me? Per grande che sia la mia presunzione, non arriva fino ad ammettere che un curato di montagna venga a cercarmi pel solo gusto di fare la mia conoscenza. Un perchè dunque ci doveva essere. Ma quale?