E poichè parlo di gherminelle, intendiamoci bene. Protesto che vi racconto la verità senza abbellimento di alcuna sorta, e solo con quelle poche velature che valgono a far perdere la traccia de’ miei due curati ai rispettivi vescovi, se per caso leggessero queste righe. Il fatto è verissimo, dal principio alla fine, e pur troppo mi è capitato. Dio nella sua misericordia perdonerà ai curati peccatori. Io li punisco con questo racconto: ma mi dorrebbe che li punisse il vescovo. Sarebbe un rimorso che mi peserebbe sullo stomaco più della costoletta.
Mentre il curato parlava, io andavo leggendo qua e là i versi che sono davvero bruttini. Ce ne sono di quelli che, se non sono zoppi affatto, sono molto sciancati: ma poichè ormai il notare i versi che non possono camminare la dicono pedanteria, mi fermo a dire che quel libretto mi dà un po’ l’idea d’un magazzino di rigattiere, tante sono le ciarpe vecchie che l’ingombrano, come i sonetti alla luna, alla malinconia e simili. Ci sono poi delle idee curiose, come quelle d’una quercia che crescendo addosso ai morti allevia i loro giacigli, e degli errori curiosi di storia naturale, come quello che fa le gaggìe cerulee. Si vede che il curato poeta non ha molta pratica di fiori e di fioraie.
L’odor di prete si sente dappertutto, poichè ad ogni pagina s’incontrano Dio, il purgatorio, le campane, i mistici fiori, i martiri, gli eletti ed altre sacrosante cose. Ma in mezzo a questo c’è un amore; anzi, a quanto pare, più d’uno.
Voglio credere, per l’onore del sacerdozio, che quegli ardori profani siano una reminiscenza di gioventù, una reminiscenza che ha preceduto la solennità della tonsura. Ma tuttavia il sentire un reverendo curato cantare alla luna i rigori di una Emilia in carne ed ossa, mi fa un certo effetto!...
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Così andavo leggendo, quando mi capitò sotto gli occhi questo sonetto sgangherato, ma strano in bocca a un prete:
20 settembre 1880
Da questa eccelsa vetta abbandonata,
D’alberi monda e sol d’erba vestita
E d’ermi fiori, dove cento han vita
Ruscelli d’acqua limpida e gelata,
O il bel cielo ch’io miro, o quale aurata
Spera di sole, o l’Alpi, o l’infinita
Cerchia di mar e i fertil pian (gradita
Stesa di ville!) o Ausonia mia adorata